Due Abazie Benedettine delle Marche

Ancona-ChiesaPortonovo Retro.jpg
Ancona-ChiesaPortonovo Retro” di xdxd_vs_xdxdFlickr: REFF on Tour. Ancona, Osimo, Macerata. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Abaziasanvittorefrasassi.jpg
Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Due Abazie Benedettine delle Marche

La Chiesa di Santa Maria di Portonovo di Ancona e quella di San Vittore alle Chiuse di Genga, due esempi di stile romanico nelle Marche, che hanno molto in comune, forse entrambe sono state costruite per uno scopo, che attualmente non conosciamo. Entrambe le chiese sono state edificate in un complesso monastico benedettino. La Chiesa di Santa Maria di Portonovo sembra essere stata iniziata a costruire intorno al 1034, mentre quella di San Vittore alle Chiuse nel 1060-1080, anche se l’esistenza del complesso monastico intorno ad essa, risulta da alcune documenti essere presente fin dal 1007(Fonte:it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_di_Portonovo, it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Vittore_alle_Chiuse). Sappiamo che nel Medioevo diversi ordini monastici si dedicavano a curare, non solo i mali dello spirito, ma anche del corpo, in modo particolare i benedettini si dedicavano alla cura dei malati, i religiosi erano tra i pochi che sapevano leggere, quindi potevano avere accesso alle conoscenze mediche dei romani e dei greci. Come scritto nell’articolo precedente su questo blog “La Medicina nel Medioevo e l’Abbazia Benedettina di S.Vittore”, la stessa tesi si potrebbe applicare per la Chiesa di Santa Maria di Portonovo. Mentre la Chiesa di San Vittore si trova in una zona conosciuta per le sue acque termali, fin dai tempi dei romani, anche il territorio vicino alla Chiesa di Santa Maria di Portonovo ha una sua peculiarità. In quella zona sono presenti due piccoli laghi, formatisi durante la preistoria, molto vicini al mare, contengono acqua salmastra, che è una miscela di acqua dolce, che viene dalle sorgenti e quella salata del mare. Una particolare acqua, che potrebbe essere stata utilizzata dai monaci per fini medici. Naturalmente queste sono solo ipotesi che hanno bisogno di riscontri. Bisognerebbe svolgere un accurata ricerca storica per vedere se si possono trovare dei riscontri a tale teoria.

Paolo Carnevali

 

 

 

Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Medicine in the Middle Ages and the Benedictine Abbey of St. Victor.

Abaziasanvittorefrasassi.jpg
Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Medicine in the Middle Ages and the Benedictine Abbey of St. Victor.

Often you get the impression that in the past, such as in the Middle Ages, there was a real science of medicine, as opposed to today, but perhaps not quite so. Today the scientific medical community and the State through the Ministry of Health, and other public bodies, controls the development of medicine and those who exercise this profession, while in the Middle Ages the situation was much more chaotic. At that time there was more than one medical: there were those who exercised such activities following the Greek and Latin texts, who cured with herbs or stones, who, as artisans, were the cavadenti or midwives, like other crafts Typically, those who were magicians, witches, sorcerers and healers, who finally at home, practicing the activity to treat the health of their family. For the first group I mentioned should be made clear that after the fall of the Roman Empire, those who could read medical texts in Latin and greek, were almost all only religious. In fact, even more than 90% of the nobles were illiterate, so the only people who could use that medical knowledge were the religious, particularly various monastic orders, considered an act of charity care for the sick, an order that is devoted to this activity was that of Benedictine. The convents, who preserved the books of Hippocrates and Galen and other medical texts, were initially seats which taught the art of medicine, but then in the Middle Ages was founded the Salerno School of Medicine. It seems to have been born around the ninth or tenth century, thanks to this important medicine school was taught outside the monasteries. We can assume that the monks had to have played an important role in all this, as the convents of Salerno and the one next to the Abbey of Cava, covered an important role among the Benedictine order. This monastic order, has had an important role to cure the sick, in the territory of Fabriano and its neighbor. How not to think of the sulphurous thermal springs of San Vittore fraction of Genga, water used in Ancient Rome. We can assume that the Abbey of St. Victor She closed the Church in Romanesque style, and the great Benedictine monastery to which he belonged, whose documented evidence of its existence is the 1007, has arisen to exploit the thermal springs. It can be assumed that Benedictine monks even there, as in other parts of Italy and Salerno, dedicated themselves to the care of the sick, using the medical knowledge of the ancient Romans. After all, it is no secret that in ancient Rome the thermal waters were used for medical purposes, consider, for example, to those of Acquasanta Terme also cited by the historian Livy and very popular in antiquity. Probably, thanks to the fame and medical healing thermal water, the Benedictines of St. Victor were able to expand, until you get to exercise control over 42 churches and numerous territories and surrounding property. But then, after a period of splendor, they know a long and steady decline in the late thirteenth. Probably the decline began with the loss of control of the religious on the medicine, as in other parts of Europe. The birth of the great University of Medicine coincides with the end of the thirteenth century, we think of the one in Bologna, Paris, Padua, Montpellier, form new generations of doctors lay supplanting the religious who had hitherto had the monopoly of Medicine. In conclusion, we can make a consideration, although some care and medical treatment of the Middle Ages were completely wrong, others are still relevant, consider, for example, thermal treatments, considered by modern medicine still valid, despite the fact that for centuries it was practiced.

Paolo Carnevali

Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

La Medicina nel Medioevo e l’Abbazia Benedettina di S.Vittore.

Abaziasanvittorefrasassi.jpg
Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

La Medicina nel Medioevo e l’Abbazia Benedettina di S.Vittore.

Spesso si ha l’impressione che nel passato, come ad esempio nel Medioevo, non c’era una vera scienza della Medicina, al contrario di oggi, ma forse non è proprio così. Oggi la Comunità medica scientifica e lo Stato tramite il Ministero della Salute, ed altri enti pubblici, controlla lo sviluppo della Medicina e chi esercita questa professione, mentre nel Medioevo la situazione era molto più caotica. In quel periodo non esisteva più di una classe medica: c’era chi esercitava tale attività seguendo i testi greci e latini, chi curava con le erbe o le pietre, chi, come artigiani, facevano i cavadenti o le levatrici , come altri mestieri del genere, chi facevano i maghi, le streghe, le fattucchiere e guaritori, in ultimo chi nella propria casa, esercitava l’attività per curare la salute dei propri familiari. Per il primo gruppo che ho citato bisogna chiarire, che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, coloro che sapevano leggere i testi di medicina in latino e in greco, erano per la quasi totalità solo i religiosi. Infatti anche più del 90% dei nobili era analfabeta, quindi i soli che potevano utilizzare tali conoscenze mediche erano i religiosi, in particolare diversi ordini monastici, consideravano un atto caritatevole la cura dei malati, un ordine che si dedicò a tale attività era quello dei Benedettini. I conventi, che conservavano i libri di Ippocrate e Galeno e altri testi medici, furono inizialmente le sedi dove si insegnava l’arte medica, ma poi nell’Alto Medioevo venne fondata la Scuola Medica Salernitana. Sembra che sia nata intorno al IX o X secolo, grazie a questa importante Scuola la Medicina veniva insegnata fuori dai monasteri. Possiamo ipotizzare che i monaci dovevano avere avuto un ruolo importante in tutto ciò, visto che i conventi di Salerno e quello vicino di Badia di Cava, ricoprivano un ruolo importante tra quelli dell’ordine Benedettino. Questo ordine monastico, ha avuto un ruolo importante per curare i malati, anche nel territorio fabrianese e quello vicino. Come non pensare alle fonti termali solfuree di S. Vittore frazione di Genga, acque utilizzate nell’Antica Roma. Possiamo supporre che l’Abbazia di San Vittore alle Chiuse, Chiesa in stile romanico, e il grande Convento Benedettino di cui faceva parte, le cui notizie documentate della sua esistenza sono del 1007, sia sorto per sfruttare le fonti termali. Si può ipotizzare che i frati benedettini anche li, come in altre parti d’Italia e a Salerno, si dedicavano alla cura dei malati, utilizzando le conoscenze mediche degli antichi romani. Del resto non è un mistero che nell’Antica Roma le acque termali venivano utilizzate a scopi medici, si pensi ad esempio a quelle di Acquasanta Terme citate anche dallo storico Tito Livio e molto frequentate nell’antichità. Probabilmente, grazie alla fama medica e guaritrice dell’acqua termale, i Benedettini di San Vittore riuscirono ad espandersi, fino ad arrivare a esercitare il controllo su 42 chiese e numerosi territori e beni circostanti. Poi però, dopo un periodo di splendore, conoscono una costante e lunga decadenza alla fine del XIII. Probabilmente il declino inizia con la perdita del controllo dei religiosi sulla Medicina, come in altre parti d’Europa. La nascita delle grandi Università di Medicina coincide con la fine del XIII secolo, si pensi a quella di Bologna, Parigi, Padova, Montpellier, si formano nuove generazioni di medici laici soppiantando i religiosi che fino ad allora avevano avuto il monopolio della Medicina. In conclusione,possiamo fare una considerazione, nonostante alcune cure e terapie mediche del Medioevo erano del tutto errate, altre sono ancora attuali, si pensi ad esempio alle cure termali, ritenute dalla medicina moderna ancora valide, nonostante che da secoli vengono praticate.

Paolo Carnevali

Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Festa di San Giovanni Battista Patrono di Fabriano e Firenze

Michelangelo Caravaggio 021.jpg
Michelangelo Caravaggio 021” di Michelangelo Merisi da Caravaggio – The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002. ISBN 3936122202. Distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH.. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Clemente VII
Clement VII. Sebastiano del Piombo. c.1531.” di Sebastiano del Piombo[1]. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Festa di San Giovanni Battista Patrono di Fabriano e Firenze

Oggi si festeggia San Giovanni Battista Patrono di Fabriano e Firenze, chi non conosce la storia si potrebbe domandare cosa hanno in comune queste due Città. In realtà hanno molto in comune. Il Professor Oreste Marcoaldi nel libro “Usanze e i pregiudizi del popolo fabrianese”(Fabriano, 1877), narrando le feste delle arti, definiva Firenze come antica e fedele alleata. Il fabrianese Giovanni Tinti non era solo amico, ma intrecciò anche uno scambio culturale con Coluccio Salutati (Fu un grande politico e letterato, considerato un punto di riferimento nella cultura rinascimentale di Firenze. Dal 1374 fu cancelliere di quella Signoria sino alla sua morte). Agli inizi del ‘500 Fabriano che era passata sotto la Chiesa fu governata dal Cardinale Giulio dei Medici, futuro Papa Clemente VII. Egli era il figlio naturale, di Giuliano dei Medici, il fratello di Lorenzo il Magnifico che morì durante la Congiura dei Pazzi a Firenze. Congiura che ricorda molto quella della strage dei Chiavelli di Fabriano. Fabriano è anche legata a questa Città Toscana da un’altra storia. Questa la riporto tale e qual è stata scritta da fra. Giovanni Domenico Scevolini da Bertinoro, nelle ” Istorie di Fabriano” datate intorno al XVI. Tali scritti sono stati pubblicati in Antichità Picene dell’Abate Guiseppe Coloucci, come riporta quest’ultimo autore, egli ne ebbe una copia in dono dal Sign. Canonico Michele Catalani “diligentissimo ricercatore di siffatte antichità”. Non so se questo racconto sia una leggenda o sia accaduto veramente, perciò lo riporto come lo ha scritto fra. Giovanni Domenico Scevolini; nell’anno 1080 c’erano stati forti contrasti tra l’Imperatore Germanico e il papa Gregorio VII. Bisogna ricordare che papa Gregorio VII storicamente era conosciuto soprattutto per la “lotta delle investiture”, che contrappose il Papato e l’Impero, questo lo pose in netto contrasto con l’Imperatore Enrico IV. In seguito a questa situazione avvennero altri eventi, l’imperatore dichiarò la deposizione di papa Gregorio, nominò come antipapa Gilberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente III, egli inoltre assediò e conquistò la città di Roma, costringendo il pontefice a rifugiarsi dentro il Castello di Adriano (noto a noi oggi come Castel Sant’Angelo, costruito intorno al 123 d.C. come sepolcro per l’imperatore Adriano e la sua famiglia). In mezzo a questa serie di eventi, accadde anche l’assedio della città di Firenze, la quale era fedele a papa Gregorio VII, a causa di ciò l’Imperatore Enrico IV la voleva sottomettere al suo dominio. I fiorentini però si erano già da qualche tempo preparati a questo evento, richiamando non solo le proprie truppe, ma anche ben duecento Soldati Fabrianesi comandati dal Capitano Francesco, anche lui era di Fabriano. Per la verità, secondo fonti storiche ben documentate, la città di Firenze già dal 1078 si stava preparando a eventi simili, infatti, in quel periodo erano state costruite delle nuove Mura (Durante Alighieri le chiamava “la cerchia antica”). La città era anche stata divisa in quattro quartieri che prendevano il nome dalle porte principali: Porta San Piero a est, la cosiddetta “Porta del vescovo” a nord, Porta San Pancrazio a ovest e Porta Santa Maria a sud. I soldati di Fabriano furono posti a difendere la Porta di S. Pietro, “uscendo cogli altri fuori della Città contro il campo di Enrico” costrinsero l’Imperatore ad abbandonare l’assedio. I fiorentini per ricompensare i Soldati Fabrianesi ,li fecero tornare nella nostra Città “carichi di ricche spoglie”. Nella nostra città furono accolti dal popolo trionfalmente, “poiché la prima gloria dell’avere volto in fuga l’Imperatore con l’esercito, fu della compagnia gagliarda, che da Fabriano era al soccorso di Firenze uscita”. Ci sono varie versioni storiche sull’assedio di Firenze, alcuni asseriscono che l’Imperatore abbia rinunciato per il caldo e altri perché è stato sconfitto dai fiorentini, ma forse è vero il detto che in ogni leggenda c’è un po’ di verità.

Paolo Carnevali

Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Medioevo italiano: Un libro sui Chiavelli Signori di Fabriano,legami con Venezia,Crema.

Stemma Chiavelli6

Medioevo italiano: Un libro sui Chiavelli Signori di Fabriano,legami con Venezia,Crema.

Prima di parlare di un’interessante libro sui Chiavelli, vorrei spiegare che per alcuni fatti storici, come quelli che hanno coinvolto questa nobile famiglia, gli storici hanno dato diverse versioni anche in contrasto tra loro. Il problema in realtà è che nello scrivere le loro opere hanno utilizzato delle fonti storiche secondarie, a causa della mancanza di quelle primarie. Naturalmente se possibile è sempre meglio utilizzare fonti storiche primarie per non incorrere in errori storici. Infatti le fonti storiche primarie risalgono direttamente dal periodo storico esaminato senza che sia stato rinterpretato o rielaborato da uno storico (Iscrizioni, monumenti, opere d’arte, contratti documenti), mentre quelle secondarie trattano di un periodo storico ricostruito o rinterpretato da uno storico (Cronache, antichi saggi, ecc..), si pensi alla storia di Fabriano dello Scievolini. Infatti secondo questo storico fabrianese Ruggero Chiavelli era il capostipite della famiglia. Secondo altri storici il capostipite della famiglia era Chiavello Chiavelli padre di Rodolfo. Per alcuni un Ruggero è esistito ed ha compiuto le gesta che descrive lo Scievolini e anche se apparteneva ad un’altra nobile famiglia anch’essa ghibellina quella Della Genga. Secondo essi la confusione nasce poiché la fortezza abitata dai Chiavelli una volta venduta era diventa la dimora di Ruggero di Uguccione Della Genga. Ma come fa notare Giovanni B. Ciappelloni nel suo libro Ruggero di Uguccione Della Genga , secondo una pergamena del tempo è morto nel 1186, mentre Ruggero Chiavelli è morto nel 1197. Il problema è che la documentazione della famiglia fu distrutta in seguito ai disordini seguiti all’eccidio dei Chiavelli. Quindi a causa della mancanza di fonti storiche certe, si sono fatte varie ipotesi. In questo quadro è stata molto interessante la presentazione del libro “Chiavelli e De Clavellis, le origini della famiglia” di Giovanni B. Ciappelloni che sie era tenuta il 28 marzo di quest’anno alla Biblioteca Multimediale di Fabriano “R. Sassi”. Nel libro si illustra i risultati di una interessante ricerca storica della famiglia dei Chiavelli. La ricerca è stata condotta dall’autore, attraverso l’analisi di documenti presenti nelle Biblioteche, negli archivi italiani e francesi. Durante la presentazione, l’autore ricordava una cosa importante che il nome Chiavelli, nei documenti in latino risulta essere sempre riportati come De Clavellis. Poi ha illustrato le varie ipotesi circa le origini dei De Clavellis, da quelle già note e citate da diversi storici del passato ad altre nuove. Tra quest’ultime ipotesi, sono interessanti quelle che li danno provenienti dalla Borgogna (del resto nel nostro paese in età carolingia,Rodolfo II re Borgogna divenne re d’Italia), oppure dalla Normandia. Nel libro si parla anche del grande riconoscimento dato ai Chiavelli dalla Repubblica di Venezia per i servizi resi ad essa. Questo privilegio, permetteva di esercitare nella Repubblica di Venezia anche attività commerciali e alcune cariche pubbliche. Per i lettori che non hanno la possibilità di consultare questo documento,

consiglierei di visitare il sito www.civesveneciarum.net/ per consultare la scheda su di esso. CIVES è una banca dati che contiene tutti i privilegi di cittadinanza “veneta” trovati nelle fonti d’archivio, si arriva fino all’anno 1500. La ricerca, effettuata all’interno del corso di Storia economica e sociale del Medioevo all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha inizio nel 1986 sul l’impulso di un grant concesso dall’IBM alla Facoltà di Lettere e filosofia per inaugurare un laboratorio di informatica umanistica. Per aderire all’iniziativa, si è scelto la problematica della cittadinanza, argomento già studiato in termini quantitativi nella tesi di dottorato di Stephen R. Ell, Citizenship and Immigration in Venice, 1305-1500 ,completata alla University of Chicago nel 1976. Una volta entrati nel sito www.civesveneciarum.net/ basterà cliccare sul pulsante cerca e digitare il cognome Chiavelli, appariranno nella ricerca Chiavelli Alberghetto, Giovanni e Crescenzo con il corrispondente nome latino e la qualifica Signori di Fabriano. La data del privilegio, il nome latino con cui erano stati registrati era De Clavellis. Nel libro si parla anche dei Chiavelli di Crema citando quanto scritto da Romualdo Sassi in “Presunti discendenti dei Chiavelli” che riportava anche una lettera scritta da un Chiavello Chiavelli di Crema, egli spiegava che la sua famiglia era presente sin dal 1380 e che secondo due importanti storici della sua città discendevano da quelli di Fabriano. Anche nell’opera “Famiglie Notabili Milanesi. Cenni storici e genealogici” Editore: Vallardi, 1875 Milano, si scrive che i discendenti dei Clavelli Signori di Fabriano nelle Marche, si trovavano a Crema fino all’anno 1380. Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio di consultare al sito del comune di Crema (www.comune.crema.cr.it/) cliccare sul pulsante Museo e scorrere il menù interno fino a insula-fulcheria (essa è la pubblicazione annuale del Museo Civico di Crema e del territorio Cremasco) cliccare su Indici articoli 1962-2014 e scaricare il numero XXI dell’anno 1991 “Il sangue e la carne, prolegomeni all’onomastica Cremasca” di Walter Venchiarutti, li è riportato lo stemma dei Clavelli di Crema (pag 38 n8,descrizione famiglia pag 62). Il libro “Chiavelli e De Clavellis, le origini della famiglia” di Giovanni B. Ciappelloni, è molto interessante anche per l’attenta analisi delle fonti storiche di quel periodo. L’autore, nella presentazione, infine ha auspicato l’unione di tutti i fabrianesi interessati a fare ricerche sui Chiavelli affinché si possa far luce su questa importante famiglia. Spero che questo appello sia colto da tutti per far conoscere a pieno questa importante famiglia che ha dato molto alla città di Fabriano.

Paolo CarnevaliLicenza Creative Commons Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Dalla Repubblica Romana a quella Italiana

Spqrstone.jpg
Spqrstone” di User Lamré on sv.wikipedia – Originally from sv.wikipedia; description page is (was) here
9 oktober 2004 kl.19.16 Lamré 1000×521 (47 267 bytes). Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Catilina2-Maccari affresco.jpg
Catilina2-Maccari affresco” di Cesare Maccarihttp://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/a/a3/Maccari-Cicero.jpg HeNRyKus. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Dalla Repubblica Romana a quella Italiana

Oggi si festeggia la nascita della Repubblica Italiana. Questa festa nazionale, è stata istituita per ricordare il referendum istituzionale a suffragio universale, che si tenne il 2 e 3 giugno del 1946, il cui esito segnò la nascita della Repubblica Italiana. Quella Italiana non è stata l’unica della storia del nostro paese, tra le altre, la più antica e famosa rimane senza dubbio quella Romana (509 a. C e il 27 a. C.). Il suo motto era Senatus Populusque Romanus la cui sigla è SPQR, che in italiano possiamo tradurre il Senato e il Popolo, che sinteticamente rappresentavano l’essenza di questa forma di governo. Nonostante i secoli che le separano, sembrano in un certo senso avere gli stessi punti di forti e deboli. Pensiamo alla corruzione nella politica, si pensi alle orazioni “In Verrem” di Marco Tullio Cicierone, scritte per sostenere l’accusa durante il processo contro il pretore della Sicilia Gaio Verre, accusato di corruzione e appropriazione indebita. A quell’epoca era stato un grandissimo scandalo, che coinvolgeva non solo un uomo politico, ma anche diverse lobby che si erano arricchite a scapito della popolazione della Sicilia. Per non essere condannato Gaio Verre andò in esilio. Il processo di Gaio , ricorda per certi versi quelli che si sono svolti in questi anni per combattere la corruzione. Interessante anche comparare tra le due Repubbliche il fenomeno che alcuni considera l’antipolitica. Catilina (Roma 108 a. C.- Pistoia 62 a. C.) cavalcando questo fenomeno, si rendeva conto che c’era un gravissimo scollamento della società rispetto alle istituzioni, la massa dei contribuenti era tartassata e umiliata dalla classe politica dirigente. Catilina si proponeva di rimuovere quella classe politica che dirigeva la Repubblica e sostituirla con una nuova. Solo che il metodo con cui voleva il cambiamento al contrario di oggi era piuttosto violento. Quindi le due Repubbliche anche se sembrano così distanti, forse sono più vicine di quanto crediamo.

Paolo Carnevali

Licenza Creative Commons Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

La Battaglia di Tolentino, preludio alla sconfitta di Napoleone a Waterloo.

Battaglia di Tolentino, Vincenzo Milizia. Sono visibili sullo sfondo le formazioni napoletane che si muovono dalle loro posizioni in formazione a quadrato
Battle of Tolentino“. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

La Battaglia di Tolentino, preludio alla sconfitta di Napoleone a Waterloo.

Quest’anno cade il bicentenario della Battaglia di Tolentino, grazie all’Associazione Tolentino 815, al Comune di Tolentino e alla Regione Marche, dal 1° al 3 di questo mese si sono svolte una serie di iniziative culminate con la rievocazione storica della Battaglia. La ricostruzione storica è stata molto accurata, anche grazie alla partecipazione, presso il Castello della Rancia di Tolentino, di oltre 500 rievocatori provenienti da tutta Europa. Essi grazie al loro addestramento, ai loro armamenti, ai manufatti e alle divise, fedelmente riprodotte dei reggimenti delle truppe austriache e franco-napoletane, hanno dato la sensazione di rivivere questa grande battaglia. Questa rievocazione è stata interessante, anche per la presenza dei diretti discendenti dei due condottieri della battaglia: il Barone Federico Bianchi e il Principe Gioacchino Murat, che per una strana coincidenza, portano il nome dei loro avi. Questa Battaglia ha avuto un ruolo importantissimo nella definitiva disfatta di Napoleone, infatti lo ha privato di un preziosissimo alleato, che lo avrebbe potuto aiutare, una volta conquistata l’Italia, nella Battaglia di Waterloo. Il Principe Gioacchino Murat con le sue forze, se avesse triofato in Italia, avrebbe potuto dare un importante contributo, con le sue truppe, alla vittoria di Napoleone in Europa. Tutti questi eventi iniziarono quando Napoleone Bonaparte, il primo marzo del 1815, fuggito dall’isola D’Elba sbarcò ad Golfe Juan in Francia. I soldati, come pure la popolazione, lo acclamarono, il 20 marzo egli entrò trionfalmente a Parigi. Gioacchino Murat, poco dopo il rientro di Napoleone in Francia, ossia il 19 marzo, alla testa di un esercito di 35000 uomini, invase lo Stato Pontificio, conquistò Bologna. L’avanzata delle truppe napoletane viene fermata dalle armate austriache, guidate dal generale di origine italiana Federico Bianchi. La prima sconfitta le truppe napoletane la subiscono a Occhiobello, poi dopo una serie di eventi la grande battaglia venne combattuta a Tolentino. Essa iniziò il 2 maggio e finì il giorno seguente, sostanzialmente l’ultimo giorno, dopo diverse operazioni belliche, i due eserciti avevano la stessa forza. Probabilmente dopo l’arrivo di alcuni messaggeri, che gli riportavano false informazioni, o quanto meno ingigantite rispetto alla realtà su sollevazioni filo-borboniche nel suo regno e vittorie austriache in Abruzzo, egli ordinò un’immediata ritirata generale. La ritirata fu rovinosa e si trasformò in una terribile sconfitta per il suo esercito. In seguito a questa grande sconfitta, Gioacchino Murat, dopo essersi ritirato e davanti alle vittorie degli austriaci, abdicò. Nell’ottobre del 1815 nei pressi di Pizzo Calabro l’ex re di Napoli venne arrestato, processato e fucilato. In ultimo una piccola curiosità riportata nel libro di Paolo Latini “I Fogliardi nella vita culturale e patriottica dell’Ottocento”, quando Gioacchino Murat invasero le Marche, a Fabriano Pietrantonio Campioni(1752-1823, nel periodo napoleonico ricoprì numerose cariche: comandante della guardia nazionale, vice-prefetto, capitano sotto il Duca di Modena Ercole III) quando sembrava che dovesse il Re di Napoli dovesse arrivare in città, il Campioni si offrì di ospitarlo. Egli preparò la sua casa, facendola arredare le sale con damaschi, fece dipingere il ritratto del Re, prese un trono che si fece prestare dai canonici di San Venanzio. Egli non solo fece questi lavori, ma preparò anche una sistemazione per il suo seguito e sistemò le stalle per i cavalli. Infine pensò di preparare un ricco ricevimento, infatti acquistò ben mille libbre di zucchero per questo scopo. Nonostante questo il Sovrano non si fermò a Fabriano e Pietrantonio nonostante tutto, si recò a Jesi, dove si era fermato Gioacchino Murat,li riuscì a conoscere il Re e ritornò a casa trionfante per l’accoglienza ricevuta.

Paolo Carnevali
Licenza Creative Commons Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Ultimo giorno di Carnevale, antiche tradizioni carnevalesche.

Collegamento permanente dell'immagine integrata

Ultimo giorno di Carnevale, antiche tradizioni carnevalesche.

Oggi ultimo giorno di Carnevale rispetto alla metà del novecento ha perso molto delle antiche tradizioni. Con l’industrializzazione dell’Italia si sono perse in molti casi le antiche tradizioni popolari e culturali, a favore di una cultura generalista. Questo ci ha fatto dimenticare chi siamo e da dove veniamo e dove stiamo andando. Molte di queste tradizioni carnevalesche risalgono ai tempi dei Romani e altre sono più antiche. Forse la tradizione di mascherarsi deriva dalla festa che si svolgeva in Egitto per la Dea Iside, infatti, lo scrittore Licio Apuleio ci descrive in questa cerimonia c’erano persone che per onorarla si mascheravano. Come non pensare anche alla Grecia e mito di Dioniso, probabilmente alcune nostre tradizioni carnevalesche derivano da questa festa greca. Un Carnevale che sicuramente ci fa pensare alle antiche tradizioni del passato è di Offida, città marchigiana in provincia di Ascoli Piceno. In questa manifestazione si svolge la caccia al bove finto, dove si svolge una specie di caccia con un fantoccio a ricordare l’antica festa dove un tempo si utilizzava un vero toro. Questa era un’antica tradizione che in molte altre parti delle Marche è scomparsa per il divieto di utilizzare un toro vero. Infatti, come ci narra il prof. Oreste Marcoaldi questa tradizione era presente anche a Fabriano. Infatti, Caccia del Toro iniziava il giorno di S. Tommaso il 21 dicembre fino all’ultimo giovedì di carnevale, era eseguita il venerdì di ogni settimana. Si eseguiva con il bue legato a una lunga fune lungo le vie principali della Città. Questi giochi erano descritti come cruenti e barbari. Dopo la caccia, le bestie vaccine erano macellate, c’era la convinzione tra il popolo, che se esse erano strapazzate la loro carne sarebbe stata più salubre. Questi giochi con i Tori si svolgevano anche a Macerata nel celebre Sferisterio o a Venezia in Campo San Polo, in quest’ultima manifestazione le bestie vaccine erano sguinzagliate un po’ come a Pamplona (capoluogo della comunità autonoma della Navarra) in Spagna. Il Carnevale non era solo la caccia al Toro, ma c’erano feste, canti e balli. In Particolare in questo giorno, ultimo di carnevale, un tempo a Fabriano dopo la festa, poco dopo il tramonto, la maggioranza delle persone si ritrovavano nelle vie e nelle piazze, ognuno accendeva una piccola candela, poi la spegneva e la scambiava con quella dell’altro, per riaccenderla subito dopo, poi correvano e gridavano “chi ha moccolo, accenda moccolo” mentre alcuni davanti alle proprie case mettevano dei lanternini di carta o lumi. Molto probabilmente i lanternini di carta chiamati comunemente lampioncini non erano tutti dello stesso colore; forse ce n’erano verdi, blu rossi, gialli o d’altri colori. Spesso si parla di valorizzare il turismo in Italia, ma di progetti faraonici basterebbero piccole iniziative per incrementare il flusso turistico, come ad esempio ripristinare alcune di queste antiche tradizioni. Infatti, tutte queste luci, insieme alle accensioni dei moccoli, oltre a dare uno stupendo effetto scenico alla città di Fabriano, e se in quel periodo fosse passato uno straniero, sarebbe rimasto a bocca aperta per lo spettacolo che gli si sarebbe presentato davanti, forse si sarebbe domandato anche lo scopo di tutto questo. La risposta era semplice, i lampioncini servivano a illuminare il carnevale morto o il “re carnevale”, per rendere il tutto più realistico si costruiva un pupazzo fatto di stracci delle stesse dimensioni di un uomo, posto su una carretta era portato in giro per la città, per essere mostrato a tutta la gente. La rappresentazione della processione e della morte del Carnevale, aveva un significato simbolico molto forte, infatti, questo illustrava il legame di questa festa ai riti agrari dell’attesa del risveglio arboreo. Questi riti avevano delle radici preromane e affondavano in antiche tradizioni che arrivavano fino alla preistoria. Questi antichi riti di religioni, che ormai da millenni nessuno ha nemmeno memoria del loro nome, avevano la funzione di celebrare il rinnovamento, nel quale ci si liberava del vecchio per favorire la crescita del nuovo.  Probabilmente essi erano di tipo propiziatorio, ed erano legati ai cicli della terra, al risveglio della natura dopo il rigido inverno.

Paolo Carnevali

Licenza Creative Commons Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Tradizioni di Febbraio: “Primo calenne, secondo Cannelora, terzo S. Biagio”

The Candlemas day 1731.jpg
The Candlemas day 1731” di Biełaruś – http://pawet.net/icons/ikons18.html. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Tradizioni di Febbraio: “Primo calenne, secondo Cannelora, terzo S. Biagio” (1-2-3 febbraio)

Come ci ricorda il prof. Oreste Marcoaldi citando proverbi del popolo fabrianese, nell’Ottocento la popolazione delle nostre campagne chiamava ancora calende il 1° di ogni mese come gli antichi Romani, da cui discendiamo. Infatti, per gli antichi romani il primo di ogni mese era il novilunio ovvero luna nuova e veniva da loro chiamate calende. San Biagio era invocato dalla gente per il mal di gola. Quanto detto in precedenza mi fa ricordare la mia infanzia, quando partecipavo, per San Biagio, alla benedizione della gola con le candele benedette il giorno di Candelora. San Biagio era vescovo in Armenia e morì nel 316 d. C, durante la sua prigionia La festa del 2 febbraio cristiana detta Candelora ricorda un rito che si svolgeva durante l’antichissima festa romana dei Lupercali, esso consisteva nell’accendere lampade e ceri ed era chiamato Lucernare. Anche i Celti avevano una festa simile celebrata il primo febbraio, questa data era stata scelta per il suo forte valore simbolico, poiché cadeva tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera. Questa festa serviva a propiziare l’arrivo della primavera, i popoli celti con i loro riti accendevano lumini e candele per festeggiare la Luce. In Irlanda questa festa era chiamata Imbolc, poi con l’avvento del cristianesimo fu soppiantata dalla Candelora.

Antico proverbio: “Candelora, se te nengue o se te piove, de l’inverno semo fora, se ce poive o se c’è vento dell’inverno semo dentro”

Paolo Carnevali

Licenza Creative Commons Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.

Fabriano l’esecuzione del 1851: una Storia dimenticata o proibita?

Eroi Risorgimento

In alto la Lapide presente in Piazza Garibaldi (Piazza Bassa)

L’esecuzione del 1851: una Storia dimenticata o proibita?

In questi anni mi sono spesso chiesto come mai in Italia e in particolare Fabriano, nonostante i vari proclami, stenta a valorizzare la Cultura in modo continuo e strutturale, forse il problema deriva dal nostro passato. In particolare parlo della controrivoluzione che coinvolse il nostro paese verso la metà dell’Ottocento. Bisogna ricordare che quando Napoleone scese in Italia non fece solo danni, si pensi al trattato di Pace di Tolentino, ma portò anche i fermenti delle nuove idee nate con la rivoluzione francese. La Pace di Tolentino firmata nel 19 febbraio del 1797, tra il legato di Papa Pio VI e i rappresentanti del grande Generale francese, fu fatta per evitare l’invasione dello Stato Pontificio, ed in essa era stabilito che la Chiesa cedeva le più preziose opere d’arte ai francesi. Grazie alle idee della rivoluzione francese, anche a Fabriano ci fu una rivalutazione della Cultura che contagiò diversi intellettuali del territorio, si pensi al professor Fogliardi, Ramelli o al prof. Oreste Marcoaldi e alle loro opere, essi grazie anche al loro lavoro di formazione avevano creato nuove generazioni di giovani che avevano a cuore questi valori. Poi arrivò la controrivoluzione che ci portò indietro di molto, e forse tuttora non siamo riusciti a scrollarcela di dosso. Narrerò una vicenda in particolare, che sembra sia stata quasi del tutto dimenticata a Fabriano. In Piazza Bassa a Fabriano nel 1851 furono decapitati tre giovani di Serra San Quirico. Una condanna brutale che sconvolse la popolazione, ma cosa avevano fatto di così grave? Io ho letto degli atti del processo raccolti dal Cav. Achille Gennarelli in un libro del 1860. Per chiarire la veridicità dei suoi scritti bisogna dire che Gennarelli era una persona scrupolosa e integerrima, è stato avvocato della sacra rota già presidente della Pontificia Accademia Archeologica, decorato della Grande Medaglia D’oro del Merito da S.M. Il Re di Prussia, membro del consiglio Filologico e professore di Paleografia e Diplomatica nella Regia Università di Bologna. Nell’introduzione del libro il Cav. Gennarelli spiega che gli atti di numerosi processi sono stati raccolti al fine di “Illuminare l’Europa” per comprendere cosa avvenne realmente in quel periodo evitando che “i Plenipotenziari al congresso di Parigi non fossero ingannati dalle arti nelle quali la corte di Roma è maestra”. Ritornando agli atti nel “Mandato ad Occisione” spiccato contro Pietro Ventroni di 26 anni, Benvenuto Cavelieri di 22 anni, Bonaventura Stefanini di 20 anni, Nicola Rigucci di 23 anni, Torquato Piccioni contumace. Leggendo gli atti mi sono fatto l’idea come penso della totale innocenza degli imputati. Primo perché il processo è nato da un fatto curioso che sembra irrilevante, il sacerdote D. Vincenzo Manci accompagnato dal fratello Gio. Battista in un’ora della notte di martedì 16 maggio 1849, appena ritornati a casa, sentirono un colpo di arma da fuoco indirizzato alla porta della loro abitazione. Il fratello del sacerdote uscirono subito e insieme a suo figlio non trovando nessuno fuori la propria casa, andarono a denunciare l’accaduto al corpo della guardia civica. Le ricerche subito dopo fatte ritrovarono una palla di piombo a pochi distanti dalla porta nominata. Il fatto curioso è che non è stato ritrovato il colpevole, ma che dopo un po’ si consegna spontaneamente Nicola Rigucci, confessa di essere l’esecutore materiale dell’agguato, dichiara di essere stato assoldato da quattro persone Pietro Ventroni (sotto tenente della Civica), Benvenuto Cavelieri (farmacista), Bonaventura Stefanini, Torquato Piccioni (caporale della Civica) per assassinare il parroco per divergenze politiche. Negli atti è scritto che Nicola Rigucci confessa spontaneamente dopo il “tempo dell’anarchia” una volta “restituito il pubblico ordine, e il ripristinato il legittimo Pontificio Governo”. La confessione viene raccolta tramite dichiarazione scritta al Comandante della forza politica di Serra S. Quirico. Il processo dagli atti che ho letto sembra una farsa come credo secondo quanto ha scritto lo abbia pensato anche il Cav. Achille Gennarelli. La vicenda finisce così Nicola Rigucci viene scarcerato dopo la sentenza, cosa strana perché se fosse vero che era l’esecutore materiale anche sé pentito perché non fagli fare più carcere, c’è una strana sproporzione tra la sua mite condanna e la pena di morte così atroce commutata agli altri. Negli atti, per giustificare ciò, che Nicola Rigucci abbia fatto a posta a sbagliare mira, lui dichiara per paura ma aveva potuto rifiutare l’incarico, ma aveva anche l’intenzione di salvare il parroco sbagliando mira. Come ho detto per me nel racconto ci sono molte incongruenze. Il verdetto finale fu che Pietro Ventroni, Benvenuto Cavelieri, Bonaventura Stefanini furono condannati a morte con Torquato Piccioni. Quest’ultimo essendo fuggito era stato condannato in contumacia. Sabato 15 novembre 1851, a Fabriano in Piazza Bassa alle ore 9 antimeridiane, viene eseguita la decapitazione dei condannati tra l’orrore della gente. Speriamo che simili orrori non accadano più in futuro.

Paolo Carnevali.

Licenza Creative Commons Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported.