I Fraticelli: Eretici o vittime dell’Inquisizione.
Gioacchinodafiore

Dopo aver letto due interessanti articoli di Nicola Righetti(dall’Eremo dei frati bianchi all’eresia dei “fraticelli” medievali, Eremo dei frati bianchi. Incrocio di santi ed eretici), sul sito spiritoemateria.wordpress.com , e uno scambio di uno scambio di post su Twitter, con l’autore, gli ho comunicato, che avrei fatte delle ricerche su questo argomento. Non avrei creduto di trovare così tanto materiale, ma non solo, ho avuto la sensazione, che nella mia città, ci sia stata una Damnatio memoriae,  sui roghi e le persecuzioni fatte nel suo territorio. La Damnatio memoriae è una locuzione latina, nel diritto romano, questo termine indicava la pena della cancellazione e della distruzione, di ogni traccia della memoria di un individuo. In questo modo, era come se non fosse mai esistito per i posteri. Allo stesso modo, nel fabrianese, l’Inquisizione aveva cercato di sradicare la memoria di tutto questo, nonostante ciò, qualcosa è rimasto. Ma andiamo in ordine, le mie ricerche hanno avuto un successo inaspettato, ho trovato una enorme mole di materiale. Qui in questo articolo, per motivi di spazio, sarò sintetico sacrificando degli aspetti di questa vicenda. I fatti che riguardano questa, sembrano coinvolgere più aspetti, non solo religiosi, ma anche politici. Per capire il tutto bisogna porsi una domanda: perché nella Vallesina e Fabriano si insediarono e vennero perseguitati i fraticelli? Partiamo dall’inizio, Ludovico Wittelsbach, dopo la morte di Enrico VII, nel 1314 viene eletto dalla maggior parte dei principi tedeschi Imperatore. Nonostante ciò il Papa Giovanni XXII, non riconobbe mai la sua elezione. Questo portò allo scontro tra Impero e la Chiesa. Quando l’Imperatore scese in Italia, tutto il fronte ghibellino si sollevò contro il potere del papato, nel 1327 marciò su Roma. Nelle città ghibelline, immense folle acclamarono l’Imperatore, ed era seguito dal suo esercito dai suoi frati, preti, vescovi e cardinali. Lui, lungo la sua discesa verso Roma, incontrava nobili e religiosi, feudatari dell’Impero. In particolare nelle Marche, si sollevarono al papato, appoggiando l’Imperatore i Chiavelli signori di Fabriano, che erano per tradizione ghibellini, come tutta la Vallesina, dopotutto a Jesi era nato Federico II, e nel passato queste terre avevano appoggiato Federico Barbarossa nel suo assedio ad Ancona. L’Imperatore Ludovico, quando arrivò a Roma, in San Pietro incontro il rappresentante del popolo della città, che gli pose la corona imperiale. Qualche mese dopo, Ludovico emanò un decreto, il “Jacque de Cahors”, questo certificava che papa Giovanni XXII veniva deposto, con l’accusa di eresia. Chiaramente era una accusa pretestuosa, volta a nascondere un grave atto dell’imperatore, ossia quello di creare una propria chiesa da utilizzare per i propri scopi personali. Ludovico IV, detto il Bavaro a Roma, nel 1328, fece eleggere per voto popolare Pietro Rainalducci da Corvaro, francescano spirituale, che prese il nome di Nicolò V, tra i prelati che lo sostenevano c’era il fabrianese Nicolò di Pietro di Salvolo, dotto teologo eremitano di S. Agostino.  Egli fu scelto a parlare al popolo in occasione dell’elezione in piazza San Pietro. Il predicatore agostiniano di Fabriano, Nicolò di Pietro di Salvolo fece in quell’occasione un sermone su San Pietro liberato dalla prigione, dove la figura dell’Imperatore era accostata all’angelo e quella di papa Giovanni ad Erode. Naturalmente il sermone era una evidente forzatura delle sacre scritture,  il deposto vescovo di Venezia Giacomo Albertino, domandò al popolo se voleva fra Pietro Rainalducci da Corvaro, e la folla rispose affermativamente. L’Imperatore poi lo nominò il nuovo papa, con il nome di Nicolò V. La domenica seguente, l’antipapa Nicolò V fece sette cardinali, ricompensando coloro che lo avevano appoggiato, Giacomo Albertino fu nominato cardinal-vescovo di Ostia, Nicolò di Fabriano cardinal-prete del titolo di S. Eusebio. (fonte Storia del cristianesimo, Di Antoine Berault-Bercastel).  Bisogna ricordare che a Fabriano e nella Vallesina, seguendo l’esempio dell’Imperatore Ludovico IV, diedero rifugio ai dissidenti francescani, che appartenevano alla cerchia di Michele da Cesena. Quindi non è un caso che troviamo un religioso di Fabriano, come il predicatore Nicolò di Pietro di Salvolo, a sostenere l’elezione dell’antipapa Nicolò V al cospetto dell’Imperatore. Questo tradimento verso il papato, venne pagato a caro prezzo e con il sangue. Anche se non vi sono prove del coinvolgiento del papato nella strage dei Signori di Fabriano, si può itizzare che i congiurati, non si  sono mossi per organizzare tutto ciò, senza avere ampie assicurazioni sulla loro impunità e incolumità, dopo questi misfatti. Qiundi ci possiamo domandare chi aveva la forza e il potere per gartire ciò, i possedimenti della signorinoria dei Chiavelli alla fine a chi andarono? Comuque nel 1435 cinque Chiavelli vengono massacrati nella Chiesa di San Venanzio. Giorni dopo, cinque ragazzi dei Chiavelli vengono avvelenati e strozzati. In sito la città di  Fabriano passa allo Sforza poi al papato, nel 1449 alla presenza di Papa Nicolò V(al secolo Tomaso Parentucelli) e fra. Giacomo della Marca, vengono bruciati al rogo in Piazza Bassa(attuale Piazza Garibaldi) uno per volta dodici fraticelli. Le persecuzioni contro i fraticelli furono implacabili in tutta la Vallesina, in particolare dove esistevano loro consistenti insediamenti come a Maiolati, Poggio Cupro, Mergo e Massaccio (l’odierna Cupramontana). Nel territorio di Fabriano, i frati e le “monache” che predicavano la povertà assoluta, si rifugiarono in luoghi isolati come da esempio, le grotte riprese in questi due video, che si trovano vicino a Paterno, una frazione di Fabriano. I video li ho trovati su youtube (i diritti di essi appartengono ai rispettivi autori).

Da ragazzo avevo sentite storie e leggende di streghe legate a quei luoghi, le avevo liquidate come sciocche favole, ora mi sono ricreduto, dopo tutto, in ogni leggenda c’è sempre un po’ di verità. Comunque su questo argomento c’è ancora molto da scrivere. Forse ne parlerò in altri articoli.

Paolo Carnevali

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