Eroi Risorgimento

In alto la Lapide presente in Piazza Garibaldi (Piazza Bassa)

L’esecuzione del 1851: una Storia dimenticata o proibita?

In questi anni mi sono spesso chiesto come mai in Italia e in particolare Fabriano, nonostante i vari proclami, stenta a valorizzare la Cultura in modo continuo e strutturale, forse il problema deriva dal nostro passato. In particolare parlo della controrivoluzione che coinvolse il nostro paese verso la metà dell’Ottocento. Bisogna ricordare che quando Napoleone scese in Italia non fece solo danni, si pensi al trattato di Pace di Tolentino, ma portò anche i fermenti delle nuove idee nate con la rivoluzione francese. La Pace di Tolentino firmata nel 19 febbraio del 1797, tra il legato di Papa Pio VI e i rappresentanti del grande Generale francese, fu fatta per evitare l’invasione dello Stato Pontificio, ed in essa era stabilito che la Chiesa cedeva le più preziose opere d’arte ai francesi. Grazie alle idee della rivoluzione francese, anche a Fabriano ci fu una rivalutazione della Cultura che contagiò diversi intellettuali del territorio, si pensi al professor Fogliardi, Ramelli o al prof. Oreste Marcoaldi e alle loro opere, essi grazie anche al loro lavoro di formazione avevano creato nuove generazioni di giovani che avevano a cuore questi valori. Poi arrivò la controrivoluzione che ci portò indietro di molto, e forse tuttora non siamo riusciti a scrollarcela di dosso. Narrerò una vicenda in particolare, che sembra sia stata quasi del tutto dimenticata a Fabriano. In Piazza Bassa a Fabriano nel 1851 furono decapitati tre giovani di Serra San Quirico. Una condanna brutale che sconvolse la popolazione, ma cosa avevano fatto di così grave? Io ho letto degli atti del processo raccolti dal Cav. Achille Gennarelli in un libro del 1860. Per chiarire la veridicità dei suoi scritti bisogna dire che Gennarelli era una persona scrupolosa e integerrima, è stato avvocato della sacra rota già presidente della Pontificia Accademia Archeologica, decorato della Grande Medaglia D’oro del Merito da S.M. Il Re di Prussia, membro del consiglio Filologico e professore di Paleografia e Diplomatica nella Regia Università di Bologna. Nell’introduzione del libro il Cav. Gennarelli spiega che gli atti di numerosi processi sono stati raccolti al fine di “Illuminare l’Europa” per comprendere cosa avvenne realmente in quel periodo evitando che “i Plenipotenziari al congresso di Parigi non fossero ingannati dalle arti nelle quali la corte di Roma è maestra”. Ritornando agli atti nel “Mandato ad Occisione” spiccato contro Pietro Ventroni di 26 anni, Benvenuto Cavelieri di 22 anni, Bonaventura Stefanini di 20 anni, Nicola Rigucci di 23 anni, Torquato Piccioni contumace. Leggendo gli atti mi sono fatto l’idea come penso della totale innocenza degli imputati. Primo perché il processo è nato da un fatto curioso che sembra irrilevante, il sacerdote D. Vincenzo Manci accompagnato dal fratello Gio. Battista in un’ora della notte di martedì 16 maggio 1849, appena ritornati a casa, sentirono un colpo di arma da fuoco indirizzato alla porta della loro abitazione. Il fratello del sacerdote uscirono subito e insieme a suo figlio non trovando nessuno fuori la propria casa, andarono a denunciare l’accaduto al corpo della guardia civica. Le ricerche subito dopo fatte ritrovarono una palla di piombo a pochi distanti dalla porta nominata. Il fatto curioso è che non è stato ritrovato il colpevole, ma che dopo un po’ si consegna spontaneamente Nicola Rigucci, confessa di essere l’esecutore materiale dell’agguato, dichiara di essere stato assoldato da quattro persone Pietro Ventroni (sotto tenente della Civica), Benvenuto Cavelieri (farmacista), Bonaventura Stefanini, Torquato Piccioni (caporale della Civica) per assassinare il parroco per divergenze politiche. Negli atti è scritto che Nicola Rigucci confessa spontaneamente dopo il “tempo dell’anarchia” una volta “restituito il pubblico ordine, e il ripristinato il legittimo Pontificio Governo”. La confessione viene raccolta tramite dichiarazione scritta al Comandante della forza politica di Serra S. Quirico. Il processo dagli atti che ho letto sembra una farsa come credo secondo quanto ha scritto lo abbia pensato anche il Cav. Achille Gennarelli. La vicenda finisce così Nicola Rigucci viene scarcerato dopo la sentenza, cosa strana perché se fosse vero che era l’esecutore materiale anche sé pentito perché non fagli fare più carcere, c’è una strana sproporzione tra la sua mite condanna e la pena di morte così atroce commutata agli altri. Negli atti, per giustificare ciò, che Nicola Rigucci abbia fatto a posta a sbagliare mira, lui dichiara per paura ma aveva potuto rifiutare l’incarico, ma aveva anche l’intenzione di salvare il parroco sbagliando mira. Come ho detto per me nel racconto ci sono molte incongruenze. Il verdetto finale fu che Pietro Ventroni, Benvenuto Cavelieri, Bonaventura Stefanini furono condannati a morte con Torquato Piccioni. Quest’ultimo essendo fuggito era stato condannato in contumacia. Sabato 15 novembre 1851, a Fabriano in Piazza Bassa alle ore 9 antimeridiane, viene eseguita la decapitazione dei condannati tra l’orrore della gente. Speriamo che simili orrori non accadano più in futuro.

Paolo Carnevali.

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