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Da Fabriano a Oxford: Il Beato agostiniano Becchetti Giovanni, e il Beato Pietro

La famiglia dei Becchetti era parte della nobiltà fabrianese. Per alcuni storici questa famiglia discendeva da quella di San Tommaso Becket (Londra 1118–Canterbury 1170).In particolare il gesuita Morris John (1826-1893) scrittore e storico inglese nel suo libro “The Life and martyrdom of Saint Thomas Becket, 1118-1170 Londra 1885” avvalora questa tesi. Questa è la stessa sostenuta dallo storico spagnolo Tomaso Herrera nei suoi scritti (Alphabetum Augustinianum, Madrid 1644). Il B. Pietro Becchetti (1340 – 1421) fin dall’adolescenza prese l’abito religioso, come ci ricorda il professor Romualdo Sassi storico fabrianese. Dopo essersi laureato a Perugia, si dedicò con passione e successo alla predicazione. Il 19 gennaio del 1388 era nominato Visitatore al convento agostiniano di Rimini. Nel 1389 era lettore nel convento di Tolentino. Due anni dopo è in quello di Venezia. Nel 1393 egli intraprende un pellegrinaggio a Gerusalemme per visitare i luoghi santi. In seguito, che ripete insieme al suo parente il B. Giovanni Becchetti. I due Beati costruirono nel convento di S. Agostino di Fabriano all’interno del chiostro un oratorio dedicato al Santo Sepolcro. Del B. Pietro si hanno notizie solo trent’anni dopo, con il titolo di Maestro. Dopo Il 20 febbraio 1421 data in cui gli viene scritta una lettera dal Padre Generale Bartolomeo da Venezia non se ne ha alcuna notizia. Probabilmente egli è morto nello stesso anno. Il B. Giovanni Becchetti (1350-1420) era famoso in quasi tutta Italia, sia come uomo di cultura e sia come uomo di fede. Era un illustre teologo e filosofo, i biografi lo chiamavano Aristotelico e Platonico, poiché per lui lo studio delle opere di Paltone e Aristotele non aveva segreti. Il gesuita Girolamo Tiraboschi (Bergamo 1731 – Modena 1794, storico) parlava di un libro di Giovanni Becchetti, nel quale cercava di conciliare la filosofia di Platone con le Sacre Scritture. In effetti, nel libro “Rapporti veneto-ungheresi all’epoca del Rinascimento” di Tibor Klaniczay (Budapest 1923-Budapest 1992, studioso Ungherese) del 1975, l’autore diceva che agli inizi del quattrocento fra. Giovanni Becchetti aveva composto un trattato sulla “Concordia Platonis cum S. Scriptura”. Durante la riunione il capitolo generale dell’Ordine tenuta il 24 maggio 1385 a Strigonia (Esztergom è una città dell’Ungheria). Gli viene concesso il primo posto “lectoriae sententiarum” nell’Università di Oxford. Grazie a questa nomina, nel primo anno doveva solo “opponere”, nel secondo “sententias legere”. Dopo tre anni, il Beato Giovanni ha il secondo posto tra i baccellieri, dopo che il frate Giovanni Karvil era divenuto maestro, nel 1390 è stesso lo diviene. Dopo due anni passati a insegnare all’Università di Oxford, ritorna a Fabriano nel convento Agostiniano. In quel periodo, il suo compito principale era dedicato all’insegnamento, che esercitò anche in altre città, come Perugia e forse Bologna. Il professor Sassi scrive che la perdita dei registri dell’ordine, per questo periodo, non ci permette di sapere ,come si sia svolta la sua attività di Professore. Nel 1420 egli ricopriva nel convento di Fabriano la carica di Rettore. Dopo questa data, non si hanno più sue notizie, secondo il Sassi, probabilmente è morto poco dopo il suo parente, fra. Pietro Becchetti. I Beati Becchetti compirono diversi miracoli, ma il più indicativo è stato descritto in modo eloquente sia dal gesuita Morris John, nel suo libro, sia da Don Giuseppe Bernacconi (in un opuscolo edito per il V centenario della morte dei Beati Becchetti dell’aprile del 1926). Quando furono sepolti, in mezzo alle loro salme si era posto un ramoscello di spine. Quando fu riaperta la sepoltura, le spine avevano prodotto dei bellissimi fiori bianchi. Come riferisce Don Giuseppe Bernacconi , questo miracolo aveva il seguente significato: “Iddio volle certo mostrare con questo segno che le spine delle mortificazioni e delle austerissime penitenze, praticate da quei due suoi fedeli in tutto il corso della loro vita, avevano germogliato i fiori della loro eterna beatitudine”. Per decreto della S. Congregazione dei Riti del 28 agosto 1853 essi furono iscritti nel catalogo dei Beati e se ne decretò il culto.

Paolo Carnevali

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