Janus-Vatican
Il Giano e la grande piena

Il fiume Giano nasce nel monte Maggio, nel fabrianese, dopo aver attraversato la frazione di Cancelli, passa anche per la città di Fabriano. Ha una lunghezza complessiva di 25 km e si getta nelle acque del fiume Esino in località Borgo Tufico. Questo nostro fiume prende il nome di una divinità tra le più importanti del mondo antico, sia romano sia latino e italico. Esso era messo in relazione al movimento, secondo Marco Tullio Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.) e Ambrogio Teodosio Macrobio (filosofo, scrittore e funzionario romano del V secolo) derivava dal verbo” ire” andare. Possiamo dire che forse per questo che il nostro fiume fu chiamato con il nome Giano. Lo scorrere delle acque, che da monte scende a valle, rappresenta di per se qual cosa di dinamico e quindi da associare al movimento. Macrobio scriveva in una delle sue più importanti opere ovvero la Saturnalia; “il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da se stesso a se stesso ritorna” (Macrobio, Saturnalia, I, 9, 11), questo può essere paragonato al ciclo dell’acqua, essa cade nei monti filtra nel terreno passa nei fiumi arriva al mare evapora e si trasforma in nubi che piovendo chiudono il cerchio. Tornando a parlare del nostro fiume, esso di solito non fa paura specialmente nei periodi di siccità, ma come ha scritto il prof Romualdo Sassi in un articolo dell’Azione del 7 dicembre 1946 “Eppure, quando monta in bestia, anch’esso può farsi temere”. Ci sono stati dei periodi della nostra storia in cui il Giano ha fatto veramente paura, le inondazioni le possiamo mettere insieme con altre calamità che hanno colpito nei secoli Fabriano, come terremoti, saccheggi, carestie e pestilenze. La più recente grande piena del Giano fu quella del 1807. Nel 17 settembre di quell’anno, su tutto il territorio da Valdicastro a Monte Maggio fra le due e le quattro ci furono abbondanti piogge così imponenti da causare un ingrossamento del Giano e così grande da generare una pericolosa alluvione. Possiamo dire che Fabriano si trovava “tra l’incudine e il martello”, da un lato il fiume enormemente ingrossato esondò invadendo il piano circostante, occupando più della metà della piazza, travolgendo ventitré edifici tra case e botteghe con sei logge, raggiungendo il Palazzo De Vecchi, superando il livello stradale. Dall’altro lato le acque, con una rapidità sorprendente, scendevano dalle colline del sud e irruppero dalla porta Cervara, superando in precedenza il profondo fossato che in quel periodo circondava le mura. La furia delle acque travolse il Corso, con il conseguente allagamento di cantine e pianterreni fino a piazza del Mercato. Il risultato di tutto ciò fu disastroso, edifici semidistrutti o allagati, per fortuna non ci furono vittime, molti si salvarono salendo ai piani superiori, evitarono così di annegare. L’economia del territorio ne fu enormemente compromessa, tra i danni possiamo anche elencare edifici e ponti diroccati e lesionati, suppellettili di varia natura portati via dalla furia delle acque, terreni agricoli danneggiati. Per avere una stima di ciò che aveva causato l’inondazione, possiamo citare la perizia dell’architetto Virgilio Bracci assistito da una squadra di quattro cittadini, egli aveva calcolato che in totale ci furono 65000 scudi di danni. Per gli stabilimenti industriali ci furono danni per 8500, 8000 per riparazioni a edifici comunali, 5000 per oggetti mobili perduti, 3700 dalle frazioni rurali, 7000 per il restauro delle case cadenti. Per rendersi conto delle entità dei danni, basti pensare che come scriveva il prof Romualdo Sassi in quel periodo, chi guadagnava cento scudi annui era considerato un agiato, si poteva mangiare tranquillamente con pochi baiocchi al giorno. Bisogna ricordare che il valore del baiocco di rame corrispondeva a 1/100 di scudo.

Paolo Carnevali (da L’Azione del 14 aprile 2012)

 
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