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La caccia e la pesca nell’Ottocento e il prof Oreste Marcoaldi

Il Professor Oreste Marcoaldi (1825-1879) nel suo libro “Le Usanze e i pregiudizi del Popolo Fabrianese” del 1877, parlando della caccia e della pesca, mostra un altro lato della sua personalità. Oltre ad essere stato un grande patriota, studioso, amministratore, in questi scritti si comprende anche il Marcoaldi naturalista, con delle posizioni che sono moderne e all’avanguardia, rispetto al periodo in cui viveva. Probabilmente possiamo supporre, che egli è stato influenzato anche dalle idee del fabrianese Francesco Stelluti (1577-1652) fondatore dell’Accademia dei Lincei. Quest’ultimo si era occupato, nei suoi scritti, anche dello studio delle scienze naturali, basti pensare alla sua opera “Istoria naturale del Messico” del 1651. Del resto sappiamo che il prof. Oreste Marcoaldi ebbe come maestri il prof. Domenico Fogliardi e il prof. Camillo Ramelli. Il Ramelli fece numerosi studi e ricerche su Francesco Stelluti. Attingendo da numerosi scritti di diversi autori e da notizie frammentarie su di esso, riuscì a unire il tutto in un’unica opera, grazie a ciò si ebbe una visione più completa sullo Stelluti.  Il prof. Marcoaldi, parlando della pesca, ci spiega com’era effettuata “La pesca è fra noi esercitata con l’amo, con cassecchio, col la massa e con la rete”. Egli si lamentava di due “gravissimi mali”, primo quello di non rispettare i divieti di pesca infrangendo anche la legge. Secondo, quello di utilizzare metodi di pesca illegali e dannosi, per le varie specie di pesci, che ne minacciavano la sopravvivenza. Egli dice “….con danno non solo delle viventi umane generazioni, ma eziandio di quelle avvenire, che hanno pure egual diritto a fruirne.” Quest’ultima frase, mi ricorda molto quelle ripetute da alcuni attivisti di Greenpeace, che lottavano contro lo sterminio delle Balene, come lottano per la preservazione della Natura il WWF o Legambiente. Da qui possiamo capire, quanto rimane straordinariamente moderno e attuale il pensiero del prof. Oreste Marcoaldi. Parlando della caccia, egli ci dice che a quel tempo essa era “…esercitata con l’alberetto, con l’archetto, …..con la civetta, con le cortine, col diluvio, col fucile, col gabbiolo…… ecc.”. Come per la pesca, il Professore ci indica una serie di problemi gravi, ovvero si cacciava violando anche la legge, ad esempio nel periodo vietato, poiché era il tempo della nidificazione, c’era anche chi distruggeva i nidi, forse per prendere le uova. Denunciava anche l’uso “orrendo” di alcuni strumenti di caccia come “de’lacciuoli” e delle reti, che in pratica stavano distruggendo diverse specie di uccelli come le quaglie e le beccacce. Egli scriveva che se continuava questo scempio “..alcune varietà, come le quaglie e le beccacce, dovranno scomparire dalla faccia della Terra”. Poi ripete il concetto ampliandolo “….e nel diritto delle venture generazioni umane, che una legge e non di un solo governo ma di tutti gli Stati europei faccia per cinque anni almeno sospendere ogni foggia di caccia…limiti poscia i modi di questa al solo fucile…” Queste sue affermazioni sono le stesse di quanti ora combattono contro i cambiamenti climatici, l’inquinamento, ovvero si pensa alle “venture generazioni umane” al futuro, concetto che sembra essere stato totalmente dimenticato da una parte della nostra classe dirigente. Egli parla di legislazioni a livello Europeo, questo ci fa comprendere nuovamente quanto il pensiero del prof. Marcoaldi era moderno, dopotutto scriveva poco dopo l’unità d’Italia, probabilmente egli già intravedeva la futura Unione Europea. Sicuramente, se fosse vissuto in quel periodo e avesse partecipato della sua formazione, l’avrebbe costruita diversamente, con meno disuguaglianze e più solidarietà. Penso che noi fabrianesi abbiamo ancora molto da imparare dagli insegnamenti del prof. Oreste Marcoaldi.

Paolo Carnevali

(L’Azione 13 luglio 2013)
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