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La crisi sociale ed economica del fabrianese dopo il 1500

Nella città di Fabriano, come del resto in tutta Italia, dal 1500 in poi ci fu una grande crisi economica. Tra le cause, c’era stata sia la conquista turca di Costantinopoli nel 1453 sia la scoperta dell’America nel 1492. Bisogna ricordare che Fabriano, fin da allora, aveva una notevole capacità industriale, aveva numerose cartiere nel suo territorio, inoltre produceva numerosi altri prodotti come ad esempio cuoi, tessuti, armi e attrezzi da lavoro che uscivano dalle fucine dei fabbri fabrianesi. Inoltre fino allora, molti nostri concittadini si dedicavano al commercio. Queste attività, soprattutto quelle nel settore commerciale, ci venivano descritte dall’illustre P. Giovanni Scievolini dell’Ordine dei Predicatori (Domenicani) del XVI in “Delle Istorie di Fabriano”, in seguito ristampati in “Delle Antichità Picene” dell’Abate Giuseppe Colucci. Grazie ad Ancona, le merci che provenivano da Fabriano e non solo, basti pensare alle ricche stoffe fiorentine, venivano caricate sulle navi e portate in tutti i porti del Mediterraneo e non solo. Le alleanze commerciali tra gli anconetani con Costantinopoli, favorirono la diffusione delle merci, esse arrivarono anche in posti che non avremmo mai immaginato, come alcune città del Mar Nero. Sappiamo da quanto scritto da P. Giovanni Scievolini che i commercianti fabrianesi avevano una residenza stabile a Costantinopoli dove avevano un proprio magazzino per le loro merci. La notizia della presenza dei fabrianesi, veniva confermata anche da altre fonti, come quella di M. Giovanni Andrea Gilio da Fabriano (Canonico di S. Venanzio, priore del Capitolo 1567). Nella sua opera “Le persecuzioni della Chiesa in cinque libri” Venezia, Giolito, 1573 ed in particolare nell’introduzione, egli scriveva le seguenti parole parlando di un mercante fabrianese:”…Come molti raccontano, e specialmente M. Vincenzo Lori nostro Concittadino, il quale trovandosi per conto di mercantie in Costantinopoli….”. Con questi e altri cambiamenti politici nel mondo di allora, tutto questi cambiò. Come conseguenza di questa decadenza economica, i mercanti, gli artigiani e gli imprenditori fabrianesi cominciarono ad abbandonare le loro attività commerciali e industriali, per investire i propri capitali in attività che fossero redditizie, come un tempo lo erano quelle precedenti. Questo determinò lo sviluppo di attività finanziarie e aumentò notevolmente quelle usuraie, si prestava denaro a interessi molto elevati. La borghesia fabrianese, investì il proprio denaro acquistando terre e titoli nobiliari.  I mercanti, gli imprenditori (tra questi c’erano anche chi possedeva delle cartiere) abbandonarono le loro attività, per trasformarsi in proprietari terrieri. La loro principale fonte di ricchezza divenne la rendita terriera, la terra la davano in affitto ai contadini, a condizioni che ricordavano molto quelle feudali. Si affittava utilizzando lo strumento della mezzadria, i rischi, le tasse e la fatica la metteva il mezzadro, che per certi versi, anche se era libero, sembrava essere diventato schiavo del padrone. I braccianti stavano peggio di loro, non avendo niente se non le proprie braccia. C’era stata una regressione non solo economica, ma anche culturale. Negli anni successivi il fabrianese agiato, da uomo aperto al mondo, che viaggiava visitando Ancona, Costantinopoli, Firenze, Parigi, Alessandria d’Egitto e Ragusa di Croazia, che parlava di poesia e di arte, diventò sempre più rurale e isolato. Mentre a Fabriano si chiudevano gli opifici, una gran quantità di operai, non avendo più lavoro, fu costretta a lasciare la città e andare nelle campagne. Verso la metà del 1700 l’Italia poté riprendersi economicamente, grazie a un prolungato periodo di stabilità politica e di pace. Fabriano vide anche la ripresa di un suo storico settore industriale; la produzione di carta fabrianese, grazie al grande imprenditore Pietro Miliani nel 1782.

Paolo Carnevali

(Pubblicato su L’Azione del 29 giugno 2013)

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