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Antichi riti nei matrimoni fabrianesi durante l’Ottocento

Il professor Oreste Marcoaldi nel libro “Le usanze e i pregiudizi del popolo fabrianese” ci descrive come si svolgevano nell’ottocento diversi riti intorno al matrimonio, essi erano ciò che restava di antichissimi riti. Un proverbio fabrianese sui matrimoni diceva: “I parenti, alle nozze e alla morte stan presenti”. Uno di questi riti era l’impagliata esso consisteva nel tracciare una larga linea composta da scarti di concia, olio, calce, e paglia. La traccia partiva dall’abitazione dello sposo o della sposa fino ad arrivare all’uscio della casa di colui o colei con cui prima era fidanzata o fidanzato. Ne ho parlato al passato ma io in realtà questa tradizione l’ho vista svolgere qualche anno fa in una frazione fabrianese, solo in quel caso si era usata solo della paglia, segno che la tradizione ancora non è andata perduta. Altri di questi riti si svolgevano durante il pranzo nuziale, ogni commensale riceveva in nome della sposa una forchetta con un pezzo di carne che era stato tagliato da lei. Ogni invitato mangiava la carne e rinviava la forchetta alla sposa, con sopra una moneta d’argento. Poi alla sposa era portato, dalla propria sorella o cugina, un piatto di diverse erbe non commestibili e dei cardi, poi venivano gettati via dagli amici, si portava anche, in nome della suocera, una scopa e la “inconocchiata “ (tutto ciò che era utilizzato per la filatura a mano). Il piatto delle erbe metteva in guardia la sposa che il cibo non poteva essere sempre come quello del pranzo nuziale, i cardi con le loro spine rappresentavano le difficoltà della vita. La scopa serviva a ricordare che la pulizia era una delle migliori qualità di una persona, sia materialmente sia spiritualmente. La “inconocchiata” simboleggiava il lavoro e la prosperità, la nuova famiglia solo grazie al lavoro poteva avere la pace, l’abbondanza e la felicità. Per ultimo parliamo della “scampanata”, si eseguiva per chi in avanzata età si sposava. Si faceva un’enorme confusione, c’era chi batteva le padelle chi suonavano i caldai come se fossero dei tamburi, urlando: “Viva gli sposi, fuori gli sposi”. Durava per tre notti, davanti alle case dei futuri sposi.

Paolo Carnevali

(Pubblicato su Geronimo del 16 maggio 2013)
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