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Giochi dei bambini e dei Ragazzi nella Fabriano dell’ottocento.
In questo periodo nella nostra società ci sono moltissimi giocatoli e giochi dai più semplici a i più evoluti. Mentre nell’ottocento non c’erano così tanti giocattoli, sia perché c’erano pochi soldi, sia perché la società di allora culturalmente era molto diversa da quella attuale. Per ovviare a ciò c’erano moltissimi giochi, erano fatti utilizzando oggetti comuni e molta fantasia, come ci spiega il prof. Oreste Marcoaldi (dal libro di Marcoaldi, Usanze e pregiudizi del popolo fabrianese, Fabriano 1877). Uno di questi era la “Capretta”, esso s’iniziava prendendo un bastoncino alto circa 10 cm, la cui base inferiore era spaccata in quattro parti che venivano allargate. Formando così quattro gambe che davano stabilità al bastoncino, sopra di esso si metteva una moneta di rame, mentre intorno ad esso si tracciava un cerchio, più o meno grande secondo il livello di difficoltà con cui si voleva giocare. In ultimo i ragazzi o i bambini prendevano delle noci, (il numero era stabilito in modo che ogni giocatore avesse a disposizione lo stesso numero di noci) e le tiravano per colpire la moneta, vinceva chi riusciva a colpirla spingendola fuori dal cerchio. Alcuni di questi giochi erano addirittura praticati nell’antica Roma, basti pensare a “Caselle o Castelli o Campanelle” secondo lo scrittore romano Svetonio (Gaio Svetonio Tranquillo, 70 D.C. 126 d.C.) lo stesso Imperatore Augusto (Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, nato a Roma 23 settembre 63 a.C. morto a Nola, 19 agosto 14 d.C.) era solito giocarci con i ragazzi. Il gioco consisteva nel mettere in fila un numero di caselle, ognuna di esse era a sua volta composta di tre noci o noccioli di pesche o mandorle o castagne secondo ciò che si aveva a disposizione, erano messe a triangolo con sopra un’altra noce. I giocatori tiravano a turno una noce, più grande dell’altra detta”ciacco” a una distanza stabilita e uguale per tutti. Lo scopo del gioco era di colpire le caselle, distruggendo l’ordine con cui erano state composte. Chi ci riusciva, aveva diritto a prendere le noci, con cui erano state composte le caselle distrutte. Il gioco detto anche delle noci era descritto dal celebre poeta romano Publio Ovidio Nasone (nato a Sulmona, 20 marzo 43 a.C. morto a Tomi, 18 d.C.) in “elegia De Nuce: Quatuor in nucibus non amplius alea tota est, Cum sibi suppositis additur una tribus”.

Paolo Carnevali
(Pubblicato su Geronimo il 5 luglio 2012)

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