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ILLUMINA IL VECCHIO MARZO

Primavera,rinascita della vita,nelle usanze fabrianesi e non solo…

Tra le tante antiche usanze fabrianesi, ormai dimenticate, che erano ancora svolte ai primi anni dell’ottocento, c’è sicuramente da ricordare quella di illuminare Marzo. Secondo quanto riportava il prof. Oreste Marcoaldi (1825 –1879) si sapeva che a Fabriano (il professore riferiva che la tradizione era durata fino a quaranta anni prima alla data in cui scriveva, in altre parole quaranta anni prima del 1877) c’èra l’abitudine di mettere da parte le scope rotte, servite per spazzare le proprie case durante tutto l’anno. La sera dell’ultimo giorno di febbraio, i fabrianesi accendevano le scope rotte fuori dalle finestre, così facendo gridavano a gran voce: “Viva Marzo, Allumina al vecchio Marzo” rispondendo al grido, in tutte le abitazioni delle vicinanze si accendeva una fascina o più fascine, chi non le aveva utilizzava i trucioli di legno o addirittura la paglia, anche se la maggior parte delle persone esponeva un lumicino. Il risultato che tutti i quartieri erano illuminati e quindi l’intera Città di Fabriano, per capire tutto ciò bisogna ricordare, anche se oggi ci appare del tutto normale vedere di notte la città illuminata dalle luci pubbliche, in quel tempo Fabriano rimaneva completamente al buio, come ci ricorda lo stesso prof. Oreste Marcoaldi. In quel periodo, se qualcuno aveva la necessità di recarsi per qualche motivo in una delle tante vie di Fabriano, giacché la città era al buio bisognava munirsi di una lanterna. Per dare il ben venuto al mese di Marzo non solo la città s’illuminava ma anche le campagne circostanti. Secondo il prof. Marcoaldi, Marzo era chiamato “vecchio”, perché era l’ultimo mese dell’inverno e probabilmente, prova ad ipotizzare, che in tempi remoti corrispondeva all’ultimo mese dell’anno. Possiamo supporre che sia un antico ricordo della popolazione locale, tramandato di generazione in generazione attraversando così interi secoli. I popoli antichi avevano fissato nei loro calendari l’inizio dell’anno non il primo gennaio, come si festeggia ora, ma all’equinozio di primavera ossia il 21 Marzo, probabilmente essi associavano l’inverno alla morte e la primavera alla rinascita della vita, quindi l’inizio del nuovo anno era fissato in primavera. Per capire l’importanza data dai popoli antichi a questi eventi, basti pensare che le pietre di Stonehenge (sito neolitico che si trova in Inghilterra formato da grosse pietre erette disposte in forma circolare, si ritiene che si stato costruito tra il 2500 a.C. e il 2000 a.C.) sono disposte in modo tale da individuare esattamente punti di equinozio e solstizio. Ritornando a parlare di usanze fabrianesi, possiamo dire, che un’altra di queste era “la broda di avanzo”, nell’ultimo giorno di carnevale in ogni parrocchia suonava la campana alle ore 21 come segnale per far terminare ogni divertimento. Sentendo il suono delle campane i più poveri si dirigevano in città e bussando agli usci delle case domandavano “Chi ha la broda di avanzo?” ovvero chiedevano in elemosina i resti della cena e dato che in base al precetto quaresimale era vietato mangiare grasso, quindi si davano in beneficenza. In quella stessa sera e nel mattino seguente del giorno delle Ceneri in ogni abitazione si lavava con la cenerata sia le stoviglie sia le graticole, che poi venivano anche raschiate allo scopo di togliere la più piccola traccia di grasso. Nel 1877 l’usanza di suonare la campana era rimasta anche se i divertimenti non finivano a quell’ora, e i poveri non domandavano più la broda di avanzo. 

Paolo Carnevali

(Pubblicato su L’Azione del 5 marzo 2011)

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