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Il Carnevale, il ciccolaio ed anche il moccolo

Grazie agli scritti del  prof. Oreste Marcoaldi (1825 –1879), ci si può render conto quanto in questi anni sono cambiate le abitudini e i costumi di noi fabrianesi. Leggendo i suoi scritti, possiamo tornare indietro negli anni e capire come la gente nell’ottocento viveva, con quali regole e tradizioni. Per esempio possiamo parlare del carnevale, un antico proverbio fabrianesi  recita le seguenti parole:  “ Carnevale, ogni burla vale. Carnevale, buon compagno, possi venir tre volte l’anno. “  Anticamente si diceva “semel in anno licet insanire”, vale a dire è lecito impazzare una volta l’anno. Nel periodo di carnevale, come si fa tuttora, ci si mascherava, si ballava e si faceva festa, però oltre a ciò si rispettavano delle antiche tradizioni, quali ad esempio la domenica dei parenti lontani  e la domenica delle figliole. Quella dei parenti lontani, per esser precisi, non era fatta da tutti, ma solo dai contadini che abitavano in campagna e si svolgeva la penultima domenica del carnevale. S’invitavano tutti i parenti, materni e paterni.

Quella delle figliole si effettuava l’ultima domenica del carnevale, ogni genitore invitava a pranzo tutte le figlie sposate e i rispettivi generi.

Il Giovedì grasso nel fabrianese era chiamato Ciccolaio, anche i miei genitori lo chiamavano così, anche se non sapevano l’origine del nome, cosa che spiegava il prof. Marcoaldi nei suoi scritti; il vocabolo derivava da Cicco soprannome di Francesco e laido, durante il Giovedì grasso scorazzava per le vie di Fabriano un personaggio che incarnava il vero spirito del carnevale, era un allegrone che prendeva in giro i costumi dell’epoca, era una via di mezzo tra un comico di adesso e di un animatore, era mascherato e colonto, probabilmente da cola unto. Secondo la tradizione carnevalesca  si doveva consumare 14 pasti in quel giorno (anche se già al tempo del Marcoaldi i più “coraggiosi” facevano sette pasti),  lui li faceva e invitava i più temerari a fare altrettanto, naturalmente in quel periodo i tovaglioli non erano molto usati dal popolo e quindi mentre mangiava si puliva sui vestiti. Qualcuno credeva, che questo Ciccolaio come mestiere faceva il ciabattino. Probabilmente all’inizio Francesco era uno dei tanti che festeggiavano il carnevale, poi incarnandolo così bene, con le sue battute, i suoi modi di ballare, di cantare e far festa, nell’immaginario collettivo del popolo fabrianese il Giovedì grasso divenne Ciccolaio, questo nome rimase anche dopo la morte di Cicco.    Poco dopo il tramonto, nella sera dell’ultimo giorno di carnevale, la maggioranza delle persone che si trovavano nelle vie e nelle piazze, accendevano ognuno una piccola candela, poi la spegneva e ognuno la scambiava con quella dell’altro, per riaccenderla subito dopo, poi correvano e gridavano “chi ha moccolo, accenda moccolo”  mentre alcuni davanti alle proprie case mettevano dei lanternini di carta o lumi. Molto probabilmente i lanternini di carta chiamati comunemente lampioncini non erano tutti dello stesso colore; forse ce n’erano verdi, blu rossi, gialli o d’altri colori.Tutte queste luci, insieme alle accensioni dei moccoli, oltre a dare uno stupendo effetto scenico alla città di Fabriano, servivano ad illuminare il carnevale morto, per rendere il tutto più realistico si costruiva un pupazzo fatto di stracci delle stesse dimensioni di un uomo, posto su una carretta era portato in giro per la città, per essere mostrato a tutta la gente.

Paolo Carnevali

(Pubblicato su l’Azione del 12 Febbraio 2011)

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