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Il professor Oreste Marcoaldi scriveva nel libro “Le usanze e i pregiudizi del popolo fabrianese” che otto erano le chiese visitate dai fabrianesi fuori i confini della città di Fabriano, vi si recavano non solo per motivi religiosi, ma anche per divertimento e come uscite fuoriporta. Una era la chiesa di S. Silvestro sul Monte Fano visitata nelle domeniche del mese di maggio che distava 4,350 chilometri dalla città, la seconda era quella di S. Maria in Campo che distava un chilometro, dove la gente la visitava nelle ore pomeridiane del 15 di agosto, in cui ricorre la festa dell’Assunzione di Maria. La tersa era il tempio della Vergine sul monte Gingo o Ginguno, comunemente detto di Frasassi, era situata nel comune di Genga, distante dodici chilometri. La quarta era la chiesa parrocchiale di S. Pietro della frazione di Moscano lontana 4,468 chilometri, dove vi si recavano i nostri concittadini il giorno di Pasqua e in base ad un’antica tradizione, in quella giornata alla gente si offriva un bicchiere di vino e un pezzo di pane, quando questa usciva dalla chiesa dopo la messa. La quinta era la chiesa di S. Maria del Popolo detta anche dell’Ospedaletto, allora vicina alla Città, la cui festa si celebrava nella quarta domenica di agosto. La sesta era la chiesa della Madonna del Cerro lontana sedici chilometri sita nel comune di Sassoferrato, vi si recavano nei primi giorni di festa dell’anno e in quelli di giugno, luglio e agosto. La settima era la piccola chiesa di S. Maria della Sacra Loggia detta anche Serraloggia quasi ai confini della Città dove la terza domenica di agosto si celebrava la festa di S. Maria della Neve. L’ottava era la chiesa parrocchiale della frazione di Cancelli e li si celebrava la festa nel giorno dell’Ascensione come recita il vecchio detto popolare: “Chi vuol vedere le mammole belle, il dì dell’Ascension  vada a Cancelle.” Il professor Oreste Marcoaldi nei suoi scritti racconta della storia di due campane particolari. Una di queste era la “Vaccara” che era il nome di una campana che era posta sulla torre del Duomo. Essa una volta era posta nel campanile della Chiesa di S. M. di Appennino e qui svolgeva una funzione particolare e da ciò ebbe questo nome così particolare. Essa suonava a certe ore del giorno e quando le vacche e i buoi, che pascolavano nelle vette dei monti, udivano tale suono, discendevano a valle, per essere abbeverate e per mangiare la biada.  Mentre l’altra era chiamata la “Smarrita” e questa campana si trovava nella chiesa di S. Niccolò, e il nome derivava da un fatto singolare.  Anni prima un uomo si era perso e non riusciva a ritrovare la via di casa in una notte buia, solo grazie al suono della campana riuscì a ritrovare la strada di casa. Anticamente c’era la consuetudine di rintoccare la campana verso le due di notte. Quest’uomo ricordandosi con riconoscimento della vicenda, lasciò nel testamento una piccola donazione, in modo tale che fosse suonata ogni sera alle due di notte. Riguardo all’antica usanza, in seguito andata perduta, di suonare le campane alle due di notte, essa era stata stabilita dalle autorità di quel tempo ed era il segnale per chiudere tutti i caffè e le taverne, tranne quello di Battaglia e Buccolini lungo il corso e la piazza Vittorio Emanuele che rimanevano aperti fino alle ore 11. In ultimo possiamo dire che la nascita della campana come la conosciamo oggi, sembra che sia avvenuta nell’alto Medio Evo grazie al  vescovo di Nola Paolino(409-431) che avrebbe sviluppato per uso liturgico i “vasa Campana”  (vasi campani o campane ) come scritto nel sito www.unionecampanaribolognesi.it/storia.htm,  del resto la qualità del bronzo campano era nota già al tempo degli antichi romani, infatti anche Plino il vecchio ne aveva parlato nei suoi scritti ( 23 d.C.-79 d.C.).

 

Paolo Carnevali

(Articolo pubblicato su L’Azione del 26 novembre 2011)

 

 

 

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