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Le siccità e le crisi economiche nella nostra città, come nel mondo, si ripetono nel tempo. Il professor. Romualdo Sassi(1878-1969, storico locale) in un suo articolo sull’Azione del 32 agosto del 1947 scriveva “Nihil sub sole novi” (nulla di nuovo sotto il sole). In effetti, la considerazione è veritiera, basti ricordare che prima della grossa nevicata che quest’anno ha colpito la nostra città, c’è stata una siccità, questo mi fa pesare a quella che ha colpito il fabrianese nel 1879, anche se le cose non sono del tutto paragonabili. L’abate silvestrino D. Amedeo Bolzonetti scriveva (i suoi scritti di tal evento erano riportati dal professor Sassi nell’Azione del 9 settembre 1945) che dal 27 maggio fino agli inizi di settembre non si ebbero precipitazioni. Da settembre a ottobre c’erano state tre piogge ma brevi e di scarsa quantità. Tutto ciò potò a un grave danno per l’agricoltura, scarso fu il raccolto dell’uva, come del grano e quasi nullo fu quello dei legumi e del granturco, l’autunno e l’inverno fu asciutto ad eccezione di una grossa nevicata l’8 dicembre. In quel periodo il clima era molto rigido tra dicembre e gennaio, c’era state forti gelate, esse durarono quaranta giorni. Per il clima e la mancanza di mezzi di sostentamento dovuti alla siccità, nel comune si registrarono ben 421 morti tra novembre e aprile. Questo nonostante si era attivata una vera e propria macchina della solidarietà; ai più bisognosi era stato donato un pane di 250 grammi, furono distribuite ogni giorno delle minestre al modico prezzo di cinque centesimi, grazie anche alla collaborazione di cittadini agiati e nobili. Fu istituito un forno cooperativo, al fine di sottrarre i più poveri alle speculazioni dei rivenditori e dei fornai, vendendo un ottimo prodotto a basso prezzo. Anche se la popolazione si augurava che questa istituzione durasse di più, essa cessò la sua attività sei mesi dopo la sua creazione. Invece parlando di crisi economiche, il professor Oreste Marcoaldi(1825-1879) nei suoi scritti parla di come essa, dopo la metà dell’ottocento aveva colpito le nostre terre, aveva costretto tantissime persone a compiere una migrazione stagionale nelle campagne romane, per procurarsi pane e lavoro, ma che spesso trovavano la malattia e a volte la morte. Il professore indica delle possibilità per consentire uno sviluppo economico del territorio, come ad esempio utilizzando i terreni agricoli per l’orticoltura. In quel periodo per soddisfare la maggior parte del fabbisogno del fabrianese di ortaggi, si ricorreva alle importazioni sia dalla zona jesina sia maceratese. Consigliava ai contadini nei periodi invernali, in cui non c’erano molti lavori da svolgere, di imparare dalle altre genti, come ad esempio i montanari svizzeri, che in quel periodo spedivano in Italia un fiume di giocattoli, ricavandone centinaia di migliaia di lire. Oppure di come i contadini dell’Abruzzo, o senza andare troppo lontano, quelli di Esanatoglia, vendevano nelle nostre fiere e mercati, ricavandoci un buon guadagno, prodotti artigianali realizzati in inverno diversi oggetti di legno come: mestoli, mortai, scodelle, tazze, sessole, frullini e molto altro ancora. In ultimo parlava di un prodotto che in quel periodo poteva migliorare la situazione economica del nostro territorio, ossia del tartufo, che nel fabrianese era presente sia bianco sia nero. Questo prodotto del nostro territorio era raccolto da contadini di Acqualagna, Cagli, Cingoli, Mondavio, Pergola, S. Lorenzo in Campo, Staffolo e in numero maggiore erano quelli di Fossombrone. Questi raccoglievano i tartufi nel fabrianese, da ottobre a marzo e li rivendevano a Fabriano, a un prezzo che poteva arrivare fino a 4 lire al chilogrammo, ma essi si tenevano quelli più grossi, perché li portavano a Fossombrone ricavandone un maggiore guadagno, lì c’erano numerosi depositi da cui erano spediti sia in Italia sia all’estero come in Austria e in Francia.

Paolo Carnevali.

(Pubblicato su L’Azione del  24 marzo 2012)
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