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In questo periodo di feste, siamo bombardati da molti messaggi consumistici e spesso si dimentica dell’importanza del Natale come festività religiosa dal punto di vista di noi cattolici, con la fantasia ho sempre cercato di immaginare, come in passato nella nostra terra si potevano passare le festività. Recentemente dopo aver acquistato un libro scritto da Oreste Marcoaldi la cui prima edizione fu scritta a Fabriano nel 1877 (il libro che io ho consultato s’intitola “Le usanze e i pregiudizi, i giuochi de’ fanciulli, degli adolescenti e adulti, i vocaboli più genuini del vernacolo, i canti e i proverbi del popolo Fabrianese”, Fabriano 1877, ristampa anastatica con saggio di Giancarlo Castagnari sul Marcoaldi edito da Arnaldo Forni Editore 1991) me ne sono fatto un’idea. Bisogna ricordare che il professor Oreste Marcoaldi è stato uno dei più grandi storici fabrianesi. Nelle sue opere si ha un’esatta riproduzione della società dell’epoca in cui scriveva, sia dal punto di vista economico che sociale. Il professor Marcoaldi scriveva che alla vigilia di Natale, giorno in cui i fabrianesi si scambiavano auguri di felicità e ogni bene, tra parenti e amici, in ogni famiglia i bambini componevano in chiesa il presepe per rappresentare la nascita del Bambino Gesù. Le famiglie, specialmente le più povere, mangiavano una volta solo durante l’intera giornata, quando c’era la cena di Natale. Di solito si mangiavano per primo fagioli, secondo anguilla, poi come frutta; uva e arance dolci. La parte più importante per i bambini era quello che il popolo chiamava comunemente “ il ciocco di Natale” chiamato anche “ceppo d’albero”, con il quale pensavano di riscaldare il nato Bambino. Nel ciocco o vicino ad esso, si nascondevano dei marroni o castagne per la gioia dei più piccoli. La cenere del ciocco di Natale era messa da parte dai più grandi. Il giorno di Santo Stefano era sparsa sulle viti, nella speranza che esse fossero rese immuni della malattia che colpiva le foglie di queste piante (questa faceva apparire sulle foglie delle rughe), mentre si spargeva la cenere, si recitava il seguente detto “ Vite, vite, n’t’arrugà, che la cennora te reco dello ciocco de Natà”. Se funzionava questo non si sa’, ma ogni anno si ripeteva questo rituale.   Infine sempre i più piccoli giocavano a semolella fino a tarda notte. Innanzi tutto bisogna spiegare cosa s’intendeva per semolella; il professor Marcoaldi ci descrive come si effettuava quest’antico gioco, si prendeva una certa quantità di crusca, anche a seconda del numero di bambini che avrebbero giocato, in mezzo ad essa si nascondeva una certa quantità di centesimi. Secondo lo storico anticamente si chiamavano quattrinelli, poi si rimescolava il tutto molto bene per non far vedere in superficie il denaro. Poi in base ai giocatori, si divideva la quantità di crusca iniziale in tante porzioni, in modo da avere per ogni giocatore una porzione. Infine ognuno cercava i denari nella sua porzione, questo gioco rappresentava la fortuna cieca, che quando meno te lo aspetti ti premia. A capodanno si usava eseguire un rullo di tamburo militare davanti alle case dei più importanti cittadini fabrianesi. Prima di ciò si bussava sull’uscio di casa, dove più tardi si ritornava per prendere la mancia. Questa rullata si eseguiva, quando appariva la stella Diana, e spesso si usava dire “ suonar la Diana”, perché essa appariva subito dopo il sorgere dell’aurora. Naturalmente tra i concittadini si scambiavano gli auguri, ed essi andavano a far visita ad amici e parenti, come si fa tuttora.

Paolo Carnevali.

(articolo pubblicato da L’Azione , il 22 gennaio 2011)
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