I Fraticelli: Eretici o vittime dell’Inquisizione.

I Fraticelli: Eretici o vittime dell’Inquisizione.
Gioacchinodafiore

Dopo aver letto due interessanti articoli di Nicola Righetti(dall’Eremo dei frati bianchi all’eresia dei “fraticelli” medievali, Eremo dei frati bianchi. Incrocio di santi ed eretici), sul sito spiritoemateria.wordpress.com , e uno scambio di uno scambio di post su Twitter, con l’autore, gli ho comunicato, che avrei fatte delle ricerche su questo argomento. Non avrei creduto di trovare così tanto materiale, ma non solo, ho avuto la sensazione, che nella mia città, ci sia stata una Damnatio memoriae,  sui roghi e le persecuzioni fatte nel suo territorio. La Damnatio memoriae è una locuzione latina, nel diritto romano, questo termine indicava la pena della cancellazione e della distruzione, di ogni traccia della memoria di un individuo. In questo modo, era come se non fosse mai esistito per i posteri. Allo stesso modo, nel fabrianese, l’Inquisizione aveva cercato di sradicare la memoria di tutto questo, nonostante ciò, qualcosa è rimasto. Ma andiamo in ordine, le mie ricerche hanno avuto un successo inaspettato, ho trovato una enorme mole di materiale. Qui in questo articolo, per motivi di spazio, sarò sintetico sacrificando degli aspetti di questa vicenda. I fatti che riguardano questa, sembrano coinvolgere più aspetti, non solo religiosi, ma anche politici. Per capire il tutto bisogna porsi una domanda: perché nella Vallesina e Fabriano si insediarono e vennero perseguitati i fraticelli? Partiamo dall’inizio, Ludovico Wittelsbach, dopo la morte di Enrico VII, nel 1314 viene eletto dalla maggior parte dei principi tedeschi Imperatore. Nonostante ciò il Papa Giovanni XXII, non riconobbe mai la sua elezione. Questo portò allo scontro tra Impero e la Chiesa. Quando l’Imperatore scese in Italia, tutto il fronte ghibellino si sollevò contro il potere del papato, nel 1327 marciò su Roma. Nelle città ghibelline, immense folle acclamarono l’Imperatore, ed era seguito dal suo esercito dai suoi frati, preti, vescovi e cardinali. Lui, lungo la sua discesa verso Roma, incontrava nobili e religiosi, feudatari dell’Impero. In particolare nelle Marche, si sollevarono al papato, appoggiando l’Imperatore i Chiavelli signori di Fabriano, che erano per tradizione ghibellini, come tutta la Vallesina, dopotutto a Jesi era nato Federico II, e nel passato queste terre avevano appoggiato Federico Barbarossa nel suo assedio ad Ancona. L’Imperatore Ludovico, quando arrivò a Roma, in San Pietro incontro il rappresentante del popolo della città, che gli pose la corona imperiale. Qualche mese dopo, Ludovico emanò un decreto, il “Jacque de Cahors”, questo certificava che papa Giovanni XXII veniva deposto, con l’accusa di eresia. Chiaramente era una accusa pretestuosa, volta a nascondere un grave atto dell’imperatore, ossia quello di creare una propria chiesa da utilizzare per i propri scopi personali. Ludovico IV, detto il Bavaro a Roma, nel 1328, fece eleggere per voto popolare Pietro Rainalducci da Corvaro, francescano spirituale, che prese il nome di Nicolò V, tra i prelati che lo sostenevano c’era il fabrianese Nicolò di Pietro di Salvolo, dotto teologo eremitano di S. Agostino.  Egli fu scelto a parlare al popolo in occasione dell’elezione in piazza San Pietro. Il predicatore agostiniano di Fabriano, Nicolò di Pietro di Salvolo fece in quell’occasione un sermone su San Pietro liberato dalla prigione, dove la figura dell’Imperatore era accostata all’angelo e quella di papa Giovanni ad Erode. Naturalmente il sermone era una evidente forzatura delle sacre scritture,  il deposto vescovo di Venezia Giacomo Albertino, domandò al popolo se voleva fra Pietro Rainalducci da Corvaro, e la folla rispose affermativamente. L’Imperatore poi lo nominò il nuovo papa, con il nome di Nicolò V. La domenica seguente, l’antipapa Nicolò V fece sette cardinali, ricompensando coloro che lo avevano appoggiato, Giacomo Albertino fu nominato cardinal-vescovo di Ostia, Nicolò di Fabriano cardinal-prete del titolo di S. Eusebio. (fonte Storia del cristianesimo, Di Antoine Berault-Bercastel).  Bisogna ricordare che a Fabriano e nella Vallesina, seguendo l’esempio dell’Imperatore Ludovico IV, diedero rifugio ai dissidenti francescani, che appartenevano alla cerchia di Michele da Cesena. Quindi non è un caso che troviamo un religioso di Fabriano, come il predicatore Nicolò di Pietro di Salvolo, a sostenere l’elezione dell’antipapa Nicolò V al cospetto dell’Imperatore. Questo tradimento verso il papato, venne pagato a caro prezzo e con il sangue. Anche se non vi sono prove del coinvolgiento del papato nella strage dei Signori di Fabriano, si può itizzare che i congiurati, non si  sono mossi per organizzare tutto ciò, senza avere ampie assicurazioni sulla loro impunità e incolumità, dopo questi misfatti. Qiundi ci possiamo domandare chi aveva la forza e il potere per gartire ciò, i possedimenti della signorinoria dei Chiavelli alla fine a chi andarono? Comuque nel 1435 cinque Chiavelli vengono massacrati nella Chiesa di San Venanzio. Giorni dopo, cinque ragazzi dei Chiavelli vengono avvelenati e strozzati. In sito la città di  Fabriano passa allo Sforza poi al papato, nel 1449 alla presenza di Papa Nicolò V(al secolo Tomaso Parentucelli) e fra. Giacomo della Marca, vengono bruciati al rogo in Piazza Bassa(attuale Piazza Garibaldi) uno per volta dodici fraticelli. Le persecuzioni contro i fraticelli furono implacabili in tutta la Vallesina, in particolare dove esistevano loro consistenti insediamenti come a Maiolati, Poggio Cupro, Mergo e Massaccio (l’odierna Cupramontana). Nel territorio di Fabriano, i frati e le “monache” che predicavano la povertà assoluta, si rifugiarono in luoghi isolati come da esempio, le grotte riprese in questi due video, che si trovano vicino a Paterno, una frazione di Fabriano. I video li ho trovati su youtube (i diritti di essi appartengono ai rispettivi autori).

Da ragazzo avevo sentite storie e leggende di streghe legate a quei luoghi, le avevo liquidate come sciocche favole, ora mi sono ricreduto, dopo tutto, in ogni leggenda c’è sempre un po’ di verità. Comunque su questo argomento c’è ancora molto da scrivere. Forse ne parlerò in altri articoli.

Paolo Carnevali

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Medicina e Medioevo: Abazie,Acque e Serpenti

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Di Carlo Catoni – photo taken by Carlo Catoni, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1451459

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Ancona-ChiesaPortonovo Retro” di xdxd_vs_xdxdFlickr: REFF on Tour. Ancona, Osimo, Macerata. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Medicina e Medioevo: Abazie,Serpenti e Benedettini

La Chiesa di Santa Maria di Portonovo di Ancona e quella di San Vittore alle Chiuse di Genga e quella di San Cassiano di Fabriano sono esempi di stile romanico nelle Marche, che hanno molto in comune, dallo stile si può supporre che tutte e tre le abazie sono state costruite per uno scopo, che attualmente non conosciamo, ma possiamo supporre. Bisogna specificare che tutte le chiese sono state edificate in un complesso monastico benedettino. Anche quella di S. Cassiano aveva intorno a se una serie di edifici, che facevano parte di un vasto complesso monastico, la fondazione della Chiesa, considerando lo stile con cui è stata realizzata, è probabile che sia stata costruita intorno all’anno mille. La sua esistenza è documentata sin dal 1119. La Chiesa di Santa Maria di Portonovo sembra essere stata iniziata a costruire intorno al 1034, mentre quella di San Vittore alle Chiuse nel 1060-1080, anche se l’esistenza del complesso monastico intorno ad essa, risulta da alcune documenti essere presente fin dal 1007(Fonte:it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_di_Portonovo, it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Vittore_alle_Chiuse). Sappiamo che nel Medioevo diversi ordini monastici si dedicavano a curare, non solo i mali dello spirito, ma anche del fisico, soprattutto l’ordine dei benedettini si dedicavano alla cura dei malati, i religiosi erano tra i pochi che sapevano leggere, avevano accesso alle conoscenze mediche divulgate dai testi romani e greci. Oggi la Comunità medica scientifica e lo Stato tramite il Ministero della Salute ed enti pubblici, controlla lo sviluppo della Medicina e chi esercita questa professione anche attraverso un’autoregolamentazione posta degli ordini dei medici, mentre nel Medioevo la situazione era molto più caotica. In quel periodo non esisteva più di una classe medica: c’era chi esercitava tale attività seguendo i testi greci e latini, chi curava con le erbe o le pietre, chi, come artigiani, facevano i cavadenti o le levatrici , come altri mestieri del genere, chi facevano i maghi, le streghe, le fattucchiere e guaritori, in ultimo chi nella propria casa, esercitava l’attività per curare la salute dei propri familiari. Per il primo gruppo che ho citato bisogna chiarire, che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, poiché più del 90% dei nobili era analfabeta, i soli che potevano utilizzare tali conoscenze mediche erano i religiosi. In particolare diversi ordini monastici, consideravano un atto caritatevole la cura dei malati, un ordine che si dedicò a tale attività era quello dei Benedettini. I conventi, che conservavano i libri di Ippocrate e Galeno e altri testi medici, furono inizialmente le sedi dove si insegnava l’arte medica, ma poi nell’Alto Medioevo venne fondata la Scuola Medica Salernitana. Sembra che sia nata intorno al IX o X secolo, grazie a questa importante Scuola la Medicina veniva insegnata fuori dai monasteri. Possiamo ipotizzare che i monaci dovevano avere avuto un ruolo importante in tutto ciò, visto che i conventi di Salerno e quello vicino di Badia di Cava, ricoprivano un ruolo importante tra quelli dell’ordine Benedettino. I benedettini non solo si affidavano agli antichi testi romani e greci ma recuperarono le antiche arti guaritrici effettuate con le erbe ed altre cure dagli antichi popoli preromani note genericamente come conoscenze popolari. Un esempio di ciò e quello che fece il benedettino San Domenico abate (Nato a Foligno nel 951 e morto a Sora nel 1031). Riuscì a recuperare le antiche tradizioni del popolo degli antichi Marsi, essi abitavano nella zona dell’Abruzzo che oggi porta il suo nome la Marsica. I Marsi era un popolo fiero e combattivo, conosciuto in tutto il mondo di allora, per la capacità di incantare i serpenti e per le straordinari capacità di curare con le erbe e delle formule magiche qualunque malattia. Inoltre sapevano trattare il veleno dei serpenti sia per guarire che per avvelenare. Essi avevano una arte medica legata alle erbe e ai veleni dei serpenti, molto superiore a quella romana e greca,anche se i Marsi erano all’oscuro delle tecniche chirurgiche di queste due civiltà apprese dalla civiltà egizia. Il legame tra il benedettino San Domenico abate e i Marsi è ancora vivo tutt’ora, si pensi alla festa dei serpari che si svolge a Cocullo il primo maggio per onorare questo importante santo. L’odine monastico benedettino ha avuto un ruolo importante per curare i malati,  non solo nella Marsica ma anche nel territorio fabrianese e quello vicino. Come non pensare alle sorgenti di S. Cassiano o alle fonti termali solfuree di S. Vittore frazione di Genga, acque utilizzate nell’Antica Roma. Possiamo supporre che l’Abbazia di San Vittore alle Chiuse, Chiesa in stile romanico, e il grande Convento Benedettino di cui faceva parte, le cui notizie documentate della sua esistenza sono del 1007, sia sorto per sfruttare le fonti termali. Si può ipotizzare come detto in precechedenza che i frati benedettini anche li, come in altre parti d’Italia ad esempio a Salerno, si dedicavano alla cura dei malati, utilizzando le conoscenze mediche degli antichi romani e di altri popoli italici. Mentre la Chiesa di San Vittore si trova in una zona conosciuta per le sue acque termali, fin dai tempi dei romani, anche il territorio vicino alla Chiesa di Santa Maria di Portonovo ha una sua peculiarità. In quella zona sono presenti due piccoli laghi, formatisi durante la preistoria, molto vicini al mare, contengono acqua salmastra, che è una miscela di acqua dolce, che viene dalle sorgenti e quella salata del mare. Una mescolanza che secondo alcuni in passato dava a queste acque delle proprietà  salutari. Anche quella di San Cassiano si trova vicino a una importante sorgente d’acqua, la valle dove è stato eretto il complesso monastico si chiama Val Bagnola, nome che stava ad indicare la valle dove si trovava un piccolo bagno, ovvero un piccolo laghetto dove sgorgava la sorgente utilizzata anticamente dagli animali e dall’uomo per abbeverarsi. Poi la sorgente fu valorizzata dai romani, utilizzando le sue acque per le sue proprietà salutari. In Seguito secondo alcune fonti i monaci i monaci benedettini le usarono per le sue proprietà medicamentose e altamente benefiche. Queste erano note anche alla popolazione locale che tramandarono questa conoscenza fino ai giorni nostri, infatti fino a poco dopo la seconda guerra mondiale. Anche oggi le sue acque vengono utilizzate dall’uomo, infatti li vicino sorege uno stabilimento per imbottigliare l’acqua e un birrificio che la utilizza come ingrediente principale per la produzione di Birra. Un po’ come accade alle acque San Vittore di Genga che attualmente vengono utilizzate a scopi sanitari dal vicino complesso termale. Quindi per quanto riguarda le Abazie benedettine di cui sopra abbiamo parlato possiamo ipotizzare che esse sono sorte per uno scopo medicamentoso, esse si servivano di una particolare acqua, che potrebbe essere stata utilizzata dai monaci per fini medici. Naturalmente queste sono solo ipotesi che hanno bisogno di riscontri. Servirebbe svolgere un accurata ricerca storica e archeologica per trovare dei riscontri a tale teoria.

Paolo Carnevali

 

 

 

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Curiosità sulla ricorrenza di San Marco

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Per capire, come questa ricorrenza influenzava la vita economica del nostro territorio, basta riscoprire i vecchi proverbi del luogo. Nei proverbi il popolo sintetizzava la propria saggezza e conoscenza. I proverbi che citerò in seguito, fanno riferimento a settori, che un tempo erano essenziali per la sopravvivenza, se non di tutta la comunità, senz’altro di una grossa fetta di essa, quella che dipendeva dal settore dell’Agricoltura(sviluppo grano,vite e frutta) e quella del Tessile (baco, per la produzione della seta).
Nella nostra città, Fabriano per questa ricorrenza, come ci ricorda il Prof. Oreste Marcoaldi nei suoi scritti, il popolo fabrianese citava i seguenti proverbi:
a S. Marco el gran fa el nuodo e la vite fa l’arco
Questo proverbio si riferisce a quanto cresciuto il grano e la vite in questo giorno.
a S. Marco fa fa le cerase per forza.
Secondo il Professore, quest’ultimo proverbio popolare, si riferisce al fatto, che il Papa, in questo giorno, riusciva a mangiare le ciliege maturate precocemente, grazie le tecniche agrarie utilizzate nei giardini pontifici. Forse utilizzavano delle serre, per far si che la pianta così riscaldata fiorisse prima, fruttificando precocemente.

Altri proverbi recitavano:
a S. Marco si porta in processione il baco. Il baco in 40 giorne – nasce, magna, s’addorme e se nasconne. Di 10 libbre de bozzi-appena 1 (di seta) ce ne tocchi.
Se pioe el giorno de S. Marco, ogni brugno vène fiasco.
Quest’ultimo si riferisce, forse al fatto, che se in questo giorno pioveva, i frutti del prugno, noti anche come susine, si sarebbero rovinati. Probabilmente a causa dei parassiti, che con un clima umido, si sarebbero moltiplicati.

In ultimo, una curiosità riguardo ad una Chiesa, che porta il nome del Santo. La Basilica di San Marco a Firenze, anticamente faceva parte del grande complesso di un convento dedicato al Santo. Dal 1300 fino agli inizi del 1400 il convento era dei Silvestrini, un importantissima Congregazione la cui sede si trova nel territorio di Fabriano.

Paolo Carnevali.

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Tradizioni della Domenica delle Palme e L’Ulivo

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Tradizioni della Domenica delle Palme e L’Ulivo

Oggi si celebra la domenica delle Palme, sette giorni prima della Pasqua di Resurrezione.
In diversi luoghi in Italia c’era un antica tradizione dei contadini (anche se attualmente in disuso), essi mettevano da parte i rami di ulivo benedetti in questo giorno, per porli il giorno di Santa Croce (3 maggio), nella parte superiore di una croce fatta di canne. Questa croce veniva messa nei campi per proteggere il raccolto dai temporali. Durante la mia infanzia, ricordo che mi fermavo ad ammirare la maestria e la semplicità, con cui venivano costruite queste croci, utilizzando solamente un coltellino e delle canne. Esse venivano piantate nei campi di grano. Il professor Oreste Marcoaldi ci parla, nei suoi scritti, anche di un altro uso, scriveva che in città e in campagna si usava porre le foglie di ulivo benedetto accanto ai vetri delle finestre, perché secondo la tradizione servivano a proteggere dai fulmini e gli uragani. Probabilmente questi riti derivano da antichissime tradizioni precristiane. Come non dimenticare il ruolo importante svolto dalla pianta dell’Ulivo in passato, dall’antico Egitto ai Fenici che lo portarono in Europa. In Grecia esso era legato ad una storia mitologica, in cui Poseidone venne sconfitto da Atena per la conquista del popolo di Attica, grazie al dono di una pianta di Ulivo. Ma la tradizione più vicina a quella che si svolgeva nelle nostre terre per proteggere il raccolto è quella celtica. Dopo tutto la cosa non ci stupisce, i celti abitavano nei nostri territori fino a che i romani (chiamavano i celti, Galli), li sconfissero, insieme ad altri popoli, nella battaglia di Sentinum nel 295 a. C. (nell’attuale territorio del comune di Sassoferrato), un luogo molto vicino alla nostra città di Fabriano. Per spiegare la tradizione di questa popolazione, bisogna chiarire che loro avevano un oroscopo annuale e ogni periodo era simile a quello odierno, ma al posto delle costellazioni essi usavano gli alberi. L’ulivo corrispondeva a quello del passaggio tra l’estate e l’inverno, in questo periodo il popolo celta si riconciliava con i morti, in questo modo ottenevano la loro protezione sui raccolti dell’anno dopo, facendo si che le messi fossero abbondanti. Le caratteristiche dell’Ulivo per i celti erano Pace, Forza e Purificazione. Infine potremmo dire che anche una semplice pianta di Ulivo ha un’illustre storia alle spalle.

Paolo Carnevali

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Buffet e funerale,tradizione americana o italiana?

MarcoaldiBuffet e funerale, tradizione americana o italiana?

Negli Stati Uniti c’è una tradizione particolare, quella di fare dopo il funerale un buffet. Noi italiani che visitiamo gli Stati Uniti o che in alcuni film americani veniamo a conoscenza di questa tradizione, ne rimaniamo stupiti, eppure questa usanza un tempo in qualche modo ci doveva risultare molto familiare. Infatti una tradizione simile si svolgeva anche nel nostro paese. Il prof. Oreste Marcoaldi, in “Le usanze e i pregiudizi del popolo fabrianese” (Fabriano, 1877), scriveva che in ogni famiglia di campagna, quando uno dei suoi membri moriva, si usava invitare i parenti nella casa del defunto o in quella del parente più prossimo per fare un pranzo abbondante. Una volta terminato il pasto, sia uomini che donne accompagnano il defunto, piangendo e pregando fino alla chiesa della Parrocchia. Secondo il professor Marcoaldi, questa tradizione ha le radici in due antichissime usanze. La prima deriva da il rito che veniva eseguito da alcune antichissime popolazioni, essi dopo aver sepolto il morto ed averlo coperto con una grande pietra, si sedevano intorno alla tomba facevano sacrifici e mangiavano ciò che rimaneva degli animali sacrificati. Nel corso dei secoli il rito del sacrificio venne abolito, ma rimase l’usanza di mangiare, che subì un evoluzione, dagli animali sacrificati si passò ad un vero e proprio banchetto. La seconda tradizione era quella nota presso gli antichi Romani delle piagnoni, cioè un coro di donne che accompagnavano il cadavere piangendo, con lamenti e canti lugubri e parlando bene del morto, mentre lo conducevano al rogo. Questa tradizione ricorda molto le nostre esequie e le nostre orazioni funebri.

Paolo Carnevali

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Carnival History

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These days we celebrate the carnival. Although it is a custom that takes place in countries with a Catholic tradition, it’s roots derived from pre-Christian rites. One of the most famous rituals of the carnival is to disguise itself, a ritual which incorporates ancient traditions. This is not the only rite. For example, in Fabriano, as he wrote prof. Oreste Marcoaldi, took place hunting of Taurus, the two Carnival Sunday in Villa, the lighting of the tapers. However the most common ritual is to disguise itself, no one like Marcoaldi can describe it so perfectly, in his book “mores and prejudices of Fabrianese People” (Fabriano 1877) he wrote: “the carnival .. crazily in its most varied forms ..for mock costumes and istituzioni..è a period of insanity … transforming the city in a vast, perfect hospital for a crazy”. We can say that these rites so chaotic, even as he wrote the professor, brought chaos, destroying the established order. In fact these rites derive from very ancient cultures, consider for example a great civilization like the Babylonian. In ancient Babylon it is celebrated a ceremony, in which the participants represented the forces of Chaos. They were opposed to the creation of the Universe. They relive the event of the death and resurrection of the god Marduk savior. These rites performed after the spring equinox. hey served for revive to people the foundation of the Cosmos. In it the god Marduk was fighting and defeating the dragon Tiamat. AlsoThe rites in honor of Isis, the Egyptian goddess, was held with the presence of masked groups, as attested by the great Roman writer Lucius Apuleius. Even in the Greek Dionysian rites, and the Roman Saturnalia appear typical rituals of the carnival described by Marcoaldi. Finally we can say that the Carnival very old and interesting.

Paolo Carnevali

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Storia del Carnevale

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Storia del Carnevale

In questi giorni si festeggia il carnevale, come la nostra società, anche questa festa, nel tempo ha subito dei cambiamenti. Nonostante sia una festa che si svolge nei Paesi di tradizione cattolica, essa ha radici che affondano in riti precristiani. Il nome carne-vale, addio o carne-sciala (carnesciale) riportato dal Prof. Oreste Marcoaldi nei suoi scritti, fa riferimento all’ultimo giorno del Carnevale in cui si poteva mangiare la carne, quindi gli si diceva “addio”. Infatti, dopo l’ultimo giorno di carnevale, martedì grasso, viene il mercoledì delle ceneri e con esso inizia la Quaresima con il suo periodo di astinenza e digiuno, quindi niente carne. Uno dei più famosi riti del carnevale è quello di mascherarsi, un rito che riprende tradizioni antichissime, ma non è il solo. Per esempio a Fabriano come scriveva il prof. Oreste Marcoaldi si svolgeva la caccia del Toro, le due domeniche di carnevale in Villa, l’accensione dei moccoli, la broda d’avanzo. Comunque il rito più comune è quello di mascherarsi, nessuno come il Marcoaldi può descriverlo così perfettamente, nel suo libro “Usanze e pregiudizi del Popolo Fabrianese” (Fabriano 1877) scriveva: “il carnevale .. nelle sue mattamente svariatissime maschere ..per dileggiare costumi e istituzioni..è un periodo di mentale alienazione…trasformando le città in vasti e perfetti ospedali de’ pazzi”.Possiamo dire che questi riti così caotici, anche secondo quanto scriveva il professore, portavano il Caos, distruggendo l’ordine precostituito. In effetti questi riti riprendono quelli di culture molto antiche, che anche se inconsapevolmente ci hanno plasmato, pensiamo ad esempio ad una grande civiltà come quella babilonese. Nell’antica Babilonia si svolgeva una cerimonia, nella quale i partecipanti rappresentavano le forze del Caos, che si opponevano alla creazione dell’universo, si riviveva l’evento della morte e della resurrezione del dio salvatore Marduk. Questi riti che si svolgevano dopo l’equinozio di primavera, servivano per far rivivere al popolo la fondazione del Cosmo, in cui il dio Marduk lottava e sconfiggeva il drago Tiamat. Anche le feste in onore di Iside, dea egizia, si svolgeva con la presenza di gruppi mascherati, come attestava il grande scrittore romano Lucio Apuleio. Anche nei riti dionisiaci greci, e saturnali romani compaiono i tipici rituali del Carnevale descritti dal Marcoaldi. In sintesi posso concludere noi non comprendiamo che molte tradizioni, ritenute da noi prive in parte di significato, hanno invece delle radici che ci legano ai nostri avi. Se vogliamo capire noi stessi dobbiamo, comprendere da dove veniamo. Comunque per concludere buon Carnevale.

Paolo Carnevali

 

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La Tomba di Totila, Re degli Ostrogoti

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Francesco Salviati – Portrait of Totila, c. 1549” di Francesco Salviati – Musei Civici di Como. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Ipotesi sulla Tomba di Totila, Re degli Ostrogoti.

Negli anni, gli storici hanno fatto diverse ipotesi su dove si trovava la tomba del Re degli Ostrogoti, ma la più convincente mi sembra quella dell’arciprete Camillo Acquacotta (1221-1843). La sua ipotesi è fatta su ciò che scriveva Procopio di Cesarea, grande storico bizantino, egli compara le sue descrizioni con il territorio locale, in modo da capire dove si sono svolte le vicende narrate. Nel libro Memorie di Matelica raccolte e ordinate dall’arciprete Camillo Acquacotta, racconta citando Procopio, che Narsete da Ravenna arrivò a Rimini, poi lasciò la via Flaminia che portava al Furlo, poichè questo luogo era pesantemente difeso dai Goti, egli dovette seguire la costa, passò per Pesaro, Fano e poi atraversò il Piceno. Per capire in quale luogo si è svolta la battaglia contro Totila, bisogna analizzare quanto scriveva Procopio, egli riferisce che Narsete lasciò la strada Flaminia e ne prese un’altra più lunga, per arrivare agli Appennini, in quel periodo l’unica strada per questa via era quella che passava per Osimo, Treja e Settempeda e conduceva a Prolaqueum (Pioraco), per arrivare fino a Nocera. Infatti non esisteva un’altra strada Romana che portava da Rimini a Roma. In questo modo vengono spiegate le manovre di entrambi gli eserciti. Narsete passò le gole di Settempeda e si accampò all’apertura della valle che portava a Castelraimondo. Mentre Totila, che partendo da Roma con il suo esercito percorrendo la via Flaminia, si era accampato presso Gualdo vicino a Tadino. Da li, in quel periodo, poteva passare con la stessa facilità, sia verso Fossombrone seguendo un ramo della Flaminia, sia per Nocera fino a Settempeda, seguendo l’altro ramo della Flaminia. Anche Strabone descrive le strade romane, e la via Flaminia, in questo modo. Vicino al campo di battaglia, stabilito da Camillo Acquacotta, egli scrive che si trova il Castello di Galiole e S. Maria de’ Galli, nomi che probabilmente a Procopio hanno fatto confondere questo sito, con quello di Busta Gallorum di Roma, dove Cammillo sconfisse i Galli. Totila dopo la battaglia dovette fuggire, non prese la strada verso Pioraco, perchè da quella parte si dirigevano le truppe bizantine per inseguirlo ed eliminarlo, perciò andò verso Matelica. Cercò di percorrere le strade secondarie per giungere alla via Flaminia che era presidiata dai suoi Goti. Egli da Matelica arrivò ad Santa Natolia (Esanatoglia), e da li, passando per Attidium(Attiggio), voleva arrivare a Tadino per poi recarsi a Perugia. Egli però, a causa delle sue ferite, fu costretto a fermarsi in una Villetta piccola e oscura a Santa Natolia. Procopio lo indica come Capras. Camillo Acquacotta prova ad ipotizzare che si tratti di Capriglia. Ma dato la strada che prese Totila, io deduco che il luogo descritto da Procopio, tenendo conto gli elementi descritti, considerando che egli si fermò in un luogo isolato dove non era più inseguito per potersi medicare,  può trattarsi solo di Capretta. Capretta si trova vicino ad Attiggio. Da Esanatoglia attraverso dei sentieri un tempo si poteva arrivare a Capretta e da li ad Attiggio. Questo spiegerebbe la leggenda sul Tesoro di Capretta. Secondo Procopio il luogo della tomba del Re venne mostrato ai Bizantini da una donna Gota, e loro ne rispettavano il corpo. Teja suo successore, insieme con i Goti restò padrone per qualche tempo di questi territori. Secondo Teofane come ci riferisce Camillo Acquacotta, gli abiti tinti di sangue, ed il Cappello ornato di Gemme furono mandati a Costantinopoli. Naturalmente l’ipotesi di Capretta da me avanzata va dimostrata attraverso una seria campagna di scavi archeologici.

Paolo Carnevali

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S. Lucia una festa particolare

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Anche a Fabriano oggi si è festeggiata Santa Lucia, questa festa è molto particolare, in essa confluisce tradizioni cristiane e pagane. Santa Lucia, secondo la tradizione viveva a Siracusa in Sicilia, morì martire intorno all’anno 304, sotto  le persecuzioni di Diocleziano. Nella nostra terra, come in altre legato a questa festa c’è il detto: ” Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”, questo perchè anticamente si celebrava in prossimità del Solstizio d’Inverno, poi con l’introduzione del calendario gregoriano, nel 1582, questo non fu più vero, poichè tale ricorrenza si spostò di 10 giorni. Quando anticamente questa festa cristiana venne istituita si sovrapprose e soppiantò le feste pagane, che si celebravano durante il solstizio d’inverno. La festa infatti, oltre ad una componente religiosa, mantiene anche una matrice pagana, i mercatini dove si acquistano sia i dolci che i regali, i doni per i più piccoli rappresentano simbolicamente alcuni riti che in questo periodo si celebravano.  Questa festa non è solo importante nel nostro paese, ma anche nel Nord Europa, si pensi alla Svezia dove Santa Lucia è molto venerata sia nella chiesa cattolica, che in quella luterana.

Paolo Carnevali

 

 

 

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Due Abazie Benedettine delle Marche

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Ancona-ChiesaPortonovo Retro” di xdxd_vs_xdxdFlickr: REFF on Tour. Ancona, Osimo, Macerata. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Due Abazie Benedettine delle Marche

La Chiesa di Santa Maria di Portonovo di Ancona e quella di San Vittore alle Chiuse di Genga, due esempi di stile romanico nelle Marche, che hanno molto in comune, forse entrambe sono state costruite per uno scopo, che attualmente non conosciamo. Entrambe le chiese sono state edificate in un complesso monastico benedettino. La Chiesa di Santa Maria di Portonovo sembra essere stata iniziata a costruire intorno al 1034, mentre quella di San Vittore alle Chiuse nel 1060-1080, anche se l’esistenza del complesso monastico intorno ad essa, risulta da alcune documenti essere presente fin dal 1007(Fonte:it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_di_Portonovo, it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Vittore_alle_Chiuse). Sappiamo che nel Medioevo diversi ordini monastici si dedicavano a curare, non solo i mali dello spirito, ma anche del corpo, in modo particolare i benedettini si dedicavano alla cura dei malati, i religiosi erano tra i pochi che sapevano leggere, quindi potevano avere accesso alle conoscenze mediche dei romani e dei greci. Come scritto nell’articolo precedente su questo blog “La Medicina nel Medioevo e l’Abbazia Benedettina di S.Vittore”, la stessa tesi si potrebbe applicare per la Chiesa di Santa Maria di Portonovo. Mentre la Chiesa di San Vittore si trova in una zona conosciuta per le sue acque termali, fin dai tempi dei romani, anche il territorio vicino alla Chiesa di Santa Maria di Portonovo ha una sua peculiarità. In quella zona sono presenti due piccoli laghi, formatisi durante la preistoria, molto vicini al mare, contengono acqua salmastra, che è una miscela di acqua dolce, che viene dalle sorgenti e quella salata del mare. Una particolare acqua, che potrebbe essere stata utilizzata dai monaci per fini medici. Naturalmente queste sono solo ipotesi che hanno bisogno di riscontri. Bisognerebbe svolgere un accurata ricerca storica per vedere se si possono trovare dei riscontri a tale teoria.

Paolo Carnevali

 

 

 

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