Medicina e Medioevo: Abazie,Acque e Serpenti

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Di Carlo Catoni – photo taken by Carlo Catoni, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1451459

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Ancona-ChiesaPortonovo Retro” di xdxd_vs_xdxdFlickr: REFF on Tour. Ancona, Osimo, Macerata. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Medicina e Medioevo: Abazie,Serpenti e Benedettini

La Chiesa di Santa Maria di Portonovo di Ancona e quella di San Vittore alle Chiuse di Genga e quella di San Cassiano di Fabriano sono esempi di stile romanico nelle Marche, che hanno molto in comune, dallo stile si può supporre che tutte e tre le abazie sono state costruite per uno scopo, che attualmente non conosciamo, ma possiamo supporre. Bisogna specificare che tutte le chiese sono state edificate in un complesso monastico benedettino. Anche quella di S. Cassiano aveva intorno a se una serie di edifici, che facevano parte di un vasto complesso monastico, la fondazione della Chiesa, considerando lo stile con cui è stata realizzata, è probabile che sia stata costruita intorno all’anno mille. La sua esistenza è documentata sin dal 1119. La Chiesa di Santa Maria di Portonovo sembra essere stata iniziata a costruire intorno al 1034, mentre quella di San Vittore alle Chiuse nel 1060-1080, anche se l’esistenza del complesso monastico intorno ad essa, risulta da alcune documenti essere presente fin dal 1007(Fonte:it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_di_Portonovo, it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Vittore_alle_Chiuse). Sappiamo che nel Medioevo diversi ordini monastici si dedicavano a curare, non solo i mali dello spirito, ma anche del fisico, soprattutto l’ordine dei benedettini si dedicavano alla cura dei malati, i religiosi erano tra i pochi che sapevano leggere, avevano accesso alle conoscenze mediche divulgate dai testi romani e greci. Oggi la Comunità medica scientifica e lo Stato tramite il Ministero della Salute ed enti pubblici, controlla lo sviluppo della Medicina e chi esercita questa professione anche attraverso un’autoregolamentazione posta degli ordini dei medici, mentre nel Medioevo la situazione era molto più caotica. In quel periodo non esisteva più di una classe medica: c’era chi esercitava tale attività seguendo i testi greci e latini, chi curava con le erbe o le pietre, chi, come artigiani, facevano i cavadenti o le levatrici , come altri mestieri del genere, chi facevano i maghi, le streghe, le fattucchiere e guaritori, in ultimo chi nella propria casa, esercitava l’attività per curare la salute dei propri familiari. Per il primo gruppo che ho citato bisogna chiarire, che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, poiché più del 90% dei nobili era analfabeta, i soli che potevano utilizzare tali conoscenze mediche erano i religiosi. In particolare diversi ordini monastici, consideravano un atto caritatevole la cura dei malati, un ordine che si dedicò a tale attività era quello dei Benedettini. I conventi, che conservavano i libri di Ippocrate e Galeno e altri testi medici, furono inizialmente le sedi dove si insegnava l’arte medica, ma poi nell’Alto Medioevo venne fondata la Scuola Medica Salernitana. Sembra che sia nata intorno al IX o X secolo, grazie a questa importante Scuola la Medicina veniva insegnata fuori dai monasteri. Possiamo ipotizzare che i monaci dovevano avere avuto un ruolo importante in tutto ciò, visto che i conventi di Salerno e quello vicino di Badia di Cava, ricoprivano un ruolo importante tra quelli dell’ordine Benedettino. I benedettini non solo si affidavano agli antichi testi romani e greci ma recuperarono le antiche arti guaritrici effettuate con le erbe ed altre cure dagli antichi popoli preromani note genericamente come conoscenze popolari. Un esempio di ciò e quello che fece il benedettino San Domenico abate (Nato a Foligno nel 951 e morto a Sora nel 1031). Riuscì a recuperare le antiche tradizioni del popolo degli antichi Marsi, essi abitavano nella zona dell’Abruzzo che oggi porta il suo nome la Marsica. I Marsi era un popolo fiero e combattivo, conosciuto in tutto il mondo di allora, per la capacità di incantare i serpenti e per le straordinari capacità di curare con le erbe e delle formule magiche qualunque malattia. Inoltre sapevano trattare il veleno dei serpenti sia per guarire che per avvelenare. Essi avevano una arte medica legata alle erbe e ai veleni dei serpenti, molto superiore a quella romana e greca,anche se i Marsi erano all’oscuro delle tecniche chirurgiche di queste due civiltà apprese dalla civiltà egizia. Il legame tra il benedettino San Domenico abate e i Marsi è ancora vivo tutt’ora, si pensi alla festa dei serpari che si svolge a Cocullo il primo maggio per onorare questo importante santo. L’odine monastico benedettino ha avuto un ruolo importante per curare i malati,  non solo nella Marsica ma anche nel territorio fabrianese e quello vicino. Come non pensare alle sorgenti di S. Cassiano o alle fonti termali solfuree di S. Vittore frazione di Genga, acque utilizzate nell’Antica Roma. Possiamo supporre che l’Abbazia di San Vittore alle Chiuse, Chiesa in stile romanico, e il grande Convento Benedettino di cui faceva parte, le cui notizie documentate della sua esistenza sono del 1007, sia sorto per sfruttare le fonti termali. Si può ipotizzare come detto in precechedenza che i frati benedettini anche li, come in altre parti d’Italia ad esempio a Salerno, si dedicavano alla cura dei malati, utilizzando le conoscenze mediche degli antichi romani e di altri popoli italici. Mentre la Chiesa di San Vittore si trova in una zona conosciuta per le sue acque termali, fin dai tempi dei romani, anche il territorio vicino alla Chiesa di Santa Maria di Portonovo ha una sua peculiarità. In quella zona sono presenti due piccoli laghi, formatisi durante la preistoria, molto vicini al mare, contengono acqua salmastra, che è una miscela di acqua dolce, che viene dalle sorgenti e quella salata del mare. Una mescolanza che secondo alcuni in passato dava a queste acque delle proprietà  salutari. Anche quella di San Cassiano si trova vicino a una importante sorgente d’acqua, la valle dove è stato eretto il complesso monastico si chiama Val Bagnola, nome che stava ad indicare la valle dove si trovava un piccolo bagno, ovvero un piccolo laghetto dove sgorgava la sorgente utilizzata anticamente dagli animali e dall’uomo per abbeverarsi. Poi la sorgente fu valorizzata dai romani, utilizzando le sue acque per le sue proprietà salutari. In Seguito secondo alcune fonti i monaci i monaci benedettini le usarono per le sue proprietà medicamentose e altamente benefiche. Queste erano note anche alla popolazione locale che tramandarono questa conoscenza fino ai giorni nostri, infatti fino a poco dopo la seconda guerra mondiale. Anche oggi le sue acque vengono utilizzate dall’uomo, infatti li vicino sorege uno stabilimento per imbottigliare l’acqua e un birrificio che la utilizza come ingrediente principale per la produzione di Birra. Un po’ come accade alle acque San Vittore di Genga che attualmente vengono utilizzate a scopi sanitari dal vicino complesso termale. Quindi per quanto riguarda le Abazie benedettine di cui sopra abbiamo parlato possiamo ipotizzare che esse sono sorte per uno scopo medicamentoso, esse si servivano di una particolare acqua, che potrebbe essere stata utilizzata dai monaci per fini medici. Naturalmente queste sono solo ipotesi che hanno bisogno di riscontri. Servirebbe svolgere un accurata ricerca storica e archeologica per trovare dei riscontri a tale teoria.

Paolo Carnevali

 

 

 

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Curiosità sulla ricorrenza di San Marco

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Per capire, come questa ricorrenza influenzava la vita economica del nostro territorio, basta riscoprire i vecchi proverbi del luogo. Nei proverbi il popolo sintetizzava la propria saggezza e conoscenza. I proverbi che citerò in seguito, fanno riferimento a settori, che un tempo erano essenziali per la sopravvivenza, se non di tutta la comunità, senz’altro di una grossa fetta di essa, quella che dipendeva dal settore dell’Agricoltura(sviluppo grano,vite e frutta) e quella del Tessile (baco, per la produzione della seta).
Nella nostra città, Fabriano per questa ricorrenza, come ci ricorda il Prof. Oreste Marcoaldi nei suoi scritti, il popolo fabrianese citava i seguenti proverbi:
a S. Marco el gran fa el nuodo e la vite fa l’arco
Questo proverbio si riferisce a quanto cresciuto il grano e la vite in questo giorno.
a S. Marco fa fa le cerase per forza.
Secondo il Professore, quest’ultimo proverbio popolare, si riferisce al fatto, che il Papa, in questo giorno, riusciva a mangiare le ciliege maturate precocemente, grazie le tecniche agrarie utilizzate nei giardini pontifici. Forse utilizzavano delle serre, per far si che la pianta così riscaldata fiorisse prima, fruttificando precocemente.

Altri proverbi recitavano:
a S. Marco si porta in processione il baco. Il baco in 40 giorne – nasce, magna, s’addorme e se nasconne. Di 10 libbre de bozzi-appena 1 (di seta) ce ne tocchi.
Se pioe el giorno de S. Marco, ogni brugno vène fiasco.
Quest’ultimo si riferisce, forse al fatto, che se in questo giorno pioveva, i frutti del prugno, noti anche come susine, si sarebbero rovinati. Probabilmente a causa dei parassiti, che con un clima umido, si sarebbero moltiplicati.

In ultimo, una curiosità riguardo ad una Chiesa, che porta il nome del Santo. La Basilica di San Marco a Firenze, anticamente faceva parte del grande complesso di un convento dedicato al Santo. Dal 1300 fino agli inizi del 1400 il convento era dei Silvestrini, un importantissima Congregazione la cui sede si trova nel territorio di Fabriano.

Paolo Carnevali.

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Tradizioni della Domenica delle Palme e L’Ulivo

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Tradizioni della Domenica delle Palme e L’Ulivo

Oggi si celebra la domenica delle Palme, sette giorni prima della Pasqua di Resurrezione.
In diversi luoghi in Italia c’era un antica tradizione dei contadini (anche se attualmente in disuso), essi mettevano da parte i rami di ulivo benedetti in questo giorno, per porli il giorno di Santa Croce (3 maggio), nella parte superiore di una croce fatta di canne. Questa croce veniva messa nei campi per proteggere il raccolto dai temporali. Durante la mia infanzia, ricordo che mi fermavo ad ammirare la maestria e la semplicità, con cui venivano costruite queste croci, utilizzando solamente un coltellino e delle canne. Esse venivano piantate nei campi di grano. Il professor Oreste Marcoaldi ci parla, nei suoi scritti, anche di un altro uso, scriveva che in città e in campagna si usava porre le foglie di ulivo benedetto accanto ai vetri delle finestre, perché secondo la tradizione servivano a proteggere dai fulmini e gli uragani. Probabilmente questi riti derivano da antichissime tradizioni precristiane. Come non dimenticare il ruolo importante svolto dalla pianta dell’Ulivo in passato, dall’antico Egitto ai Fenici che lo portarono in Europa. In Grecia esso era legato ad una storia mitologica, in cui Poseidone venne sconfitto da Atena per la conquista del popolo di Attica, grazie al dono di una pianta di Ulivo. Ma la tradizione più vicina a quella che si svolgeva nelle nostre terre per proteggere il raccolto è quella celtica. Dopo tutto la cosa non ci stupisce, i celti abitavano nei nostri territori fino a che i romani (chiamavano i celti, Galli), li sconfissero, insieme ad altri popoli, nella battaglia di Sentinum nel 295 a. C. (nell’attuale territorio del comune di Sassoferrato), un luogo molto vicino alla nostra città di Fabriano. Per spiegare la tradizione di questa popolazione, bisogna chiarire che loro avevano un oroscopo annuale e ogni periodo era simile a quello odierno, ma al posto delle costellazioni essi usavano gli alberi. L’ulivo corrispondeva a quello del passaggio tra l’estate e l’inverno, in questo periodo il popolo celta si riconciliava con i morti, in questo modo ottenevano la loro protezione sui raccolti dell’anno dopo, facendo si che le messi fossero abbondanti. Le caratteristiche dell’Ulivo per i celti erano Pace, Forza e Purificazione. Infine potremmo dire che anche una semplice pianta di Ulivo ha un’illustre storia alle spalle.

Paolo Carnevali

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Buffet e funerale,tradizione americana o italiana?

MarcoaldiBuffet e funerale, tradizione americana o italiana?

Negli Stati Uniti c’è una tradizione particolare, quella di fare dopo il funerale un buffet. Noi italiani che visitiamo gli Stati Uniti o che in alcuni film americani veniamo a conoscenza di questa tradizione, ne rimaniamo stupiti, eppure questa usanza un tempo in qualche modo ci doveva risultare molto familiare. Infatti una tradizione simile si svolgeva anche nel nostro paese. Il prof. Oreste Marcoaldi, in “Le usanze e i pregiudizi del popolo fabrianese” (Fabriano, 1877), scriveva che in ogni famiglia di campagna, quando uno dei suoi membri moriva, si usava invitare i parenti nella casa del defunto o in quella del parente più prossimo per fare un pranzo abbondante. Una volta terminato il pasto, sia uomini che donne accompagnano il defunto, piangendo e pregando fino alla chiesa della Parrocchia. Secondo il professor Marcoaldi, questa tradizione ha le radici in due antichissime usanze. La prima deriva da il rito che veniva eseguito da alcune antichissime popolazioni, essi dopo aver sepolto il morto ed averlo coperto con una grande pietra, si sedevano intorno alla tomba facevano sacrifici e mangiavano ciò che rimaneva degli animali sacrificati. Nel corso dei secoli il rito del sacrificio venne abolito, ma rimase l’usanza di mangiare, che subì un evoluzione, dagli animali sacrificati si passò ad un vero e proprio banchetto. La seconda tradizione era quella nota presso gli antichi Romani delle piagnoni, cioè un coro di donne che accompagnavano il cadavere piangendo, con lamenti e canti lugubri e parlando bene del morto, mentre lo conducevano al rogo. Questa tradizione ricorda molto le nostre esequie e le nostre orazioni funebri.

Paolo Carnevali

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Carnival History

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These days we celebrate the carnival. Although it is a custom that takes place in countries with a Catholic tradition, it’s roots derived from pre-Christian rites. One of the most famous rituals of the carnival is to disguise itself, a ritual which incorporates ancient traditions. This is not the only rite. For example, in Fabriano, as he wrote prof. Oreste Marcoaldi, took place hunting of Taurus, the two Carnival Sunday in Villa, the lighting of the tapers. However the most common ritual is to disguise itself, no one like Marcoaldi can describe it so perfectly, in his book “mores and prejudices of Fabrianese People” (Fabriano 1877) he wrote: “the carnival .. crazily in its most varied forms ..for mock costumes and istituzioni..è a period of insanity … transforming the city in a vast, perfect hospital for a crazy”. We can say that these rites so chaotic, even as he wrote the professor, brought chaos, destroying the established order. In fact these rites derive from very ancient cultures, consider for example a great civilization like the Babylonian. In ancient Babylon it is celebrated a ceremony, in which the participants represented the forces of Chaos. They were opposed to the creation of the Universe. They relive the event of the death and resurrection of the god Marduk savior. These rites performed after the spring equinox. hey served for revive to people the foundation of the Cosmos. In it the god Marduk was fighting and defeating the dragon Tiamat. AlsoThe rites in honor of Isis, the Egyptian goddess, was held with the presence of masked groups, as attested by the great Roman writer Lucius Apuleius. Even in the Greek Dionysian rites, and the Roman Saturnalia appear typical rituals of the carnival described by Marcoaldi. Finally we can say that the Carnival very old and interesting.

Paolo Carnevali

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Storia del Carnevale

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Storia del Carnevale

In questi giorni si festeggia il carnevale, come la nostra società, anche questa festa, nel tempo ha subito dei cambiamenti. Nonostante sia una festa che si svolge nei Paesi di tradizione cattolica, essa ha radici che affondano in riti precristiani. Il nome carne-vale, addio o carne-sciala (carnesciale) riportato dal Prof. Oreste Marcoaldi nei suoi scritti, fa riferimento all’ultimo giorno del Carnevale in cui si poteva mangiare la carne, quindi gli si diceva “addio”. Infatti, dopo l’ultimo giorno di carnevale, martedì grasso, viene il mercoledì delle ceneri e con esso inizia la Quaresima con il suo periodo di astinenza e digiuno, quindi niente carne. Uno dei più famosi riti del carnevale è quello di mascherarsi, un rito che riprende tradizioni antichissime, ma non è il solo. Per esempio a Fabriano come scriveva il prof. Oreste Marcoaldi si svolgeva la caccia del Toro, le due domeniche di carnevale in Villa, l’accensione dei moccoli, la broda d’avanzo. Comunque il rito più comune è quello di mascherarsi, nessuno come il Marcoaldi può descriverlo così perfettamente, nel suo libro “Usanze e pregiudizi del Popolo Fabrianese” (Fabriano 1877) scriveva: “il carnevale .. nelle sue mattamente svariatissime maschere ..per dileggiare costumi e istituzioni..è un periodo di mentale alienazione…trasformando le città in vasti e perfetti ospedali de’ pazzi”.Possiamo dire che questi riti così caotici, anche secondo quanto scriveva il professore, portavano il Caos, distruggendo l’ordine precostituito. In effetti questi riti riprendono quelli di culture molto antiche, che anche se inconsapevolmente ci hanno plasmato, pensiamo ad esempio ad una grande civiltà come quella babilonese. Nell’antica Babilonia si svolgeva una cerimonia, nella quale i partecipanti rappresentavano le forze del Caos, che si opponevano alla creazione dell’universo, si riviveva l’evento della morte e della resurrezione del dio salvatore Marduk. Questi riti che si svolgevano dopo l’equinozio di primavera, servivano per far rivivere al popolo la fondazione del Cosmo, in cui il dio Marduk lottava e sconfiggeva il drago Tiamat. Anche le feste in onore di Iside, dea egizia, si svolgeva con la presenza di gruppi mascherati, come attestava il grande scrittore romano Lucio Apuleio. Anche nei riti dionisiaci greci, e saturnali romani compaiono i tipici rituali del Carnevale descritti dal Marcoaldi. In sintesi posso concludere noi non comprendiamo che molte tradizioni, ritenute da noi prive in parte di significato, hanno invece delle radici che ci legano ai nostri avi. Se vogliamo capire noi stessi dobbiamo, comprendere da dove veniamo. Comunque per concludere buon Carnevale.

Paolo Carnevali

 

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La Tomba di Totila, Re degli Ostrogoti

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Francesco Salviati – Portrait of Totila, c. 1549” di Francesco Salviati – Musei Civici di Como. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Ipotesi sulla Tomba di Totila, Re degli Ostrogoti.

Negli anni, gli storici hanno fatto diverse ipotesi su dove si trovava la tomba del Re degli Ostrogoti, ma la più convincente mi sembra quella dell’arciprete Camillo Acquacotta (1221-1843). La sua ipotesi è fatta su ciò che scriveva Procopio di Cesarea, grande storico bizantino, egli compara le sue descrizioni con il territorio locale, in modo da capire dove si sono svolte le vicende narrate. Nel libro Memorie di Matelica raccolte e ordinate dall’arciprete Camillo Acquacotta, racconta citando Procopio, che Narsete da Ravenna arrivò a Rimini, poi lasciò la via Flaminia che portava al Furlo, poichè questo luogo era pesantemente difeso dai Goti, egli dovette seguire la costa, passò per Pesaro, Fano e poi atraversò il Piceno. Per capire in quale luogo si è svolta la battaglia contro Totila, bisogna analizzare quanto scriveva Procopio, egli riferisce che Narsete lasciò la strada Flaminia e ne prese un’altra più lunga, per arrivare agli Appennini, in quel periodo l’unica strada per questa via era quella che passava per Osimo, Treja e Settempeda e conduceva a Prolaqueum (Pioraco), per arrivare fino a Nocera. Infatti non esisteva un’altra strada Romana che portava da Rimini a Roma. In questo modo vengono spiegate le manovre di entrambi gli eserciti. Narsete passò le gole di Settempeda e si accampò all’apertura della valle che portava a Castelraimondo. Mentre Totila, che partendo da Roma con il suo esercito percorrendo la via Flaminia, si era accampato presso Gualdo vicino a Tadino. Da li, in quel periodo, poteva passare con la stessa facilità, sia verso Fossombrone seguendo un ramo della Flaminia, sia per Nocera fino a Settempeda, seguendo l’altro ramo della Flaminia. Anche Strabone descrive le strade romane, e la via Flaminia, in questo modo. Vicino al campo di battaglia, stabilito da Camillo Acquacotta, egli scrive che si trova il Castello di Galiole e S. Maria de’ Galli, nomi che probabilmente a Procopio hanno fatto confondere questo sito, con quello di Busta Gallorum di Roma, dove Cammillo sconfisse i Galli. Totila dopo la battaglia dovette fuggire, non prese la strada verso Pioraco, perchè da quella parte si dirigevano le truppe bizantine per inseguirlo ed eliminarlo, perciò andò verso Matelica. Cercò di percorrere le strade secondarie per giungere alla via Flaminia che era presidiata dai suoi Goti. Egli da Matelica arrivò ad Santa Natolia (Esanatoglia), e da li, passando per Attidium(Attiggio), voleva arrivare a Tadino per poi recarsi a Perugia. Egli però, a causa delle sue ferite, fu costretto a fermarsi in una Villetta piccola e oscura a Santa Natolia. Procopio lo indica come Capras. Camillo Acquacotta prova ad ipotizzare che si tratti di Capriglia. Ma dato la strada che prese Totila, io deduco che il luogo descritto da Procopio, tenendo conto gli elementi descritti, considerando che egli si fermò in un luogo isolato dove non era più inseguito per potersi medicare,  può trattarsi solo di Capretta. Capretta si trova vicino ad Attiggio. Da Esanatoglia attraverso dei sentieri un tempo si poteva arrivare a Capretta e da li ad Attiggio. Questo spiegerebbe la leggenda sul Tesoro di Capretta. Secondo Procopio il luogo della tomba del Re venne mostrato ai Bizantini da una donna Gota, e loro ne rispettavano il corpo. Teja suo successore, insieme con i Goti restò padrone per qualche tempo di questi territori. Secondo Teofane come ci riferisce Camillo Acquacotta, gli abiti tinti di sangue, ed il Cappello ornato di Gemme furono mandati a Costantinopoli. Naturalmente l’ipotesi di Capretta da me avanzata va dimostrata attraverso una seria campagna di scavi archeologici.

Paolo Carnevali

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S. Lucia una festa particolare

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Anche a Fabriano oggi si è festeggiata Santa Lucia, questa festa è molto particolare, in essa confluisce tradizioni cristiane e pagane. Santa Lucia, secondo la tradizione viveva a Siracusa in Sicilia, morì martire intorno all’anno 304, sotto  le persecuzioni di Diocleziano. Nella nostra terra, come in altre legato a questa festa c’è il detto: ” Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”, questo perchè anticamente si celebrava in prossimità del Solstizio d’Inverno, poi con l’introduzione del calendario gregoriano, nel 1582, questo non fu più vero, poichè tale ricorrenza si spostò di 10 giorni. Quando anticamente questa festa cristiana venne istituita si sovrapprose e soppiantò le feste pagane, che si celebravano durante il solstizio d’inverno. La festa infatti, oltre ad una componente religiosa, mantiene anche una matrice pagana, i mercatini dove si acquistano sia i dolci che i regali, i doni per i più piccoli rappresentano simbolicamente alcuni riti che in questo periodo si celebravano.  Questa festa non è solo importante nel nostro paese, ma anche nel Nord Europa, si pensi alla Svezia dove Santa Lucia è molto venerata sia nella chiesa cattolica, che in quella luterana.

Paolo Carnevali

 

 

 

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Due Abazie Benedettine delle Marche

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Ancona-ChiesaPortonovo Retro” di xdxd_vs_xdxdFlickr: REFF on Tour. Ancona, Osimo, Macerata. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Due Abazie Benedettine delle Marche

La Chiesa di Santa Maria di Portonovo di Ancona e quella di San Vittore alle Chiuse di Genga, due esempi di stile romanico nelle Marche, che hanno molto in comune, forse entrambe sono state costruite per uno scopo, che attualmente non conosciamo. Entrambe le chiese sono state edificate in un complesso monastico benedettino. La Chiesa di Santa Maria di Portonovo sembra essere stata iniziata a costruire intorno al 1034, mentre quella di San Vittore alle Chiuse nel 1060-1080, anche se l’esistenza del complesso monastico intorno ad essa, risulta da alcune documenti essere presente fin dal 1007(Fonte:it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_di_Portonovo, it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Vittore_alle_Chiuse). Sappiamo che nel Medioevo diversi ordini monastici si dedicavano a curare, non solo i mali dello spirito, ma anche del corpo, in modo particolare i benedettini si dedicavano alla cura dei malati, i religiosi erano tra i pochi che sapevano leggere, quindi potevano avere accesso alle conoscenze mediche dei romani e dei greci. Come scritto nell’articolo precedente su questo blog “La Medicina nel Medioevo e l’Abbazia Benedettina di S.Vittore”, la stessa tesi si potrebbe applicare per la Chiesa di Santa Maria di Portonovo. Mentre la Chiesa di San Vittore si trova in una zona conosciuta per le sue acque termali, fin dai tempi dei romani, anche il territorio vicino alla Chiesa di Santa Maria di Portonovo ha una sua peculiarità. In quella zona sono presenti due piccoli laghi, formatisi durante la preistoria, molto vicini al mare, contengono acqua salmastra, che è una miscela di acqua dolce, che viene dalle sorgenti e quella salata del mare. Una particolare acqua, che potrebbe essere stata utilizzata dai monaci per fini medici. Naturalmente queste sono solo ipotesi che hanno bisogno di riscontri. Bisognerebbe svolgere un accurata ricerca storica per vedere se si possono trovare dei riscontri a tale teoria.

Paolo Carnevali

 

 

 

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Medicine in the Middle Ages and the Benedictine Abbey of St. Victor.

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Abaziasanvittorefrasassi” di Massimo Roselli – http://massimo.roselli.info. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Medicine in the Middle Ages and the Benedictine Abbey of St. Victor.

Often you get the impression that in the past, such as in the Middle Ages, there was a real science of medicine, as opposed to today, but perhaps not quite so. Today the scientific medical community and the State through the Ministry of Health, and other public bodies, controls the development of medicine and those who exercise this profession, while in the Middle Ages the situation was much more chaotic. At that time there was more than one medical: there were those who exercised such activities following the Greek and Latin texts, who cured with herbs or stones, who, as artisans, were the cavadenti or midwives, like other crafts Typically, those who were magicians, witches, sorcerers and healers, who finally at home, practicing the activity to treat the health of their family. For the first group I mentioned should be made clear that after the fall of the Roman Empire, those who could read medical texts in Latin and greek, were almost all only religious. In fact, even more than 90% of the nobles were illiterate, so the only people who could use that medical knowledge were the religious, particularly various monastic orders, considered an act of charity care for the sick, an order that is devoted to this activity was that of Benedictine. The convents, who preserved the books of Hippocrates and Galen and other medical texts, were initially seats which taught the art of medicine, but then in the Middle Ages was founded the Salerno School of Medicine. It seems to have been born around the ninth or tenth century, thanks to this important medicine school was taught outside the monasteries. We can assume that the monks had to have played an important role in all this, as the convents of Salerno and the one next to the Abbey of Cava, covered an important role among the Benedictine order. This monastic order, has had an important role to cure the sick, in the territory of Fabriano and its neighbor. How not to think of the sulphurous thermal springs of San Vittore fraction of Genga, water used in Ancient Rome. We can assume that the Abbey of St. Victor She closed the Church in Romanesque style, and the great Benedictine monastery to which he belonged, whose documented evidence of its existence is the 1007, has arisen to exploit the thermal springs. It can be assumed that Benedictine monks even there, as in other parts of Italy and Salerno, dedicated themselves to the care of the sick, using the medical knowledge of the ancient Romans. After all, it is no secret that in ancient Rome the thermal waters were used for medical purposes, consider, for example, to those of Acquasanta Terme also cited by the historian Livy and very popular in antiquity. Probably, thanks to the fame and medical healing thermal water, the Benedictines of St. Victor were able to expand, until you get to exercise control over 42 churches and numerous territories and surrounding property. But then, after a period of splendor, they know a long and steady decline in the late thirteenth. Probably the decline began with the loss of control of the religious on the medicine, as in other parts of Europe. The birth of the great University of Medicine coincides with the end of the thirteenth century, we think of the one in Bologna, Paris, Padua, Montpellier, form new generations of doctors lay supplanting the religious who had hitherto had the monopoly of Medicine. In conclusion, we can make a consideration, although some care and medical treatment of the Middle Ages were completely wrong, others are still relevant, consider, for example, thermal treatments, considered by modern medicine still valid, despite the fact that for centuries it was practiced.

Paolo Carnevali

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